![]() IL CANAPAJODI
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Io
che Bacco seguendo, le sue tigri, Che al carro allaccia, con la dura sferza, E col pungolo mio spesso attizzai; Sicchè per vie novelle, in questa etate, Ebbro sovente in Baccanal fui tratto: Sazio di più innestar pampini, e tralci, Dopo tant'anni che a le viti intorno, Per trarne il frutto, in compagnia sudai; Alfin con nuova età cangiando cielo, E dal superbo Eridano passando A la sinistra man del picciol Reno, Dovebber gli avi miei nido e riposo, Di vignajuolo, agricoltor son fatto: E canterò la canape, e la vera Cultura dun sì nobile virgulto, Che ne campi dItalia, e piucchè altrove, Nel felsineo terreno, e nel vicino Centese floridissimo recinto, (Dovè una terra, che città può dirsi, Tanto in se stessa, e ne suoi degni e illustri Abitatori oggi è pregiata al mondo) Salza e verdeggia, e selve forma ombrose, Quando la stagion fervida comincia A cuocer laria, e finchè il Lion rugge Nel ciel, dura a far ombra su la terra. Poi recisa in un tratto, e sottoposta A più martirj, per le man villane, In diverse utilopre si trasforma, Nè par più quella sì abbattuta innanti, Ma cosa altra donor degna e di pregio; Che tal la donna lidia tessitrice Non lebbe allor, che fe con le sue spuole Guerra donore a la Tritonia Dea. Amiche Muse, voi, che spesso spesso Guidaste il canto mio per vie più scabre, Or per sentier più libero e più aperto, E con voci comuni, e con parole Convenienti al rustico soggetto, Secondate il mio dir col vostro suono, La tromba no, nè la soave lira, Ma la sampogna umil solo adoprando: Chio dinsegnar, non dadornarvi intendo. E tu, gentile vignajuola Albatica , Onor del sangue Clementino, e fida De Liberati eroi propagatrice: Vientene meco, se vuoi cose udire, Non alte già, come di tua natura, Tu, che romana sei, già fosti avvezza Sentir su i colli de linvitta Roma Dal vivo oracol di Licon sanese; O pur dove i sì floridi giacinti Irrigar già solea la Parma, e l Taro, Ma villerecce ed umili dottrine, Da cui chi è saggio può raccor gran frutto. So, che la vigna mia ti fu diletta, E da tuoi carmi fu illustrata spesso; So, ch Enante, sopraltri, a te fu caro, Seco sovente gareggiando in rime Piacevoli non men, che gravi e argute: Or tempo è, che tu ancora lo secondi In questa nuova, benchè umile impresa, Che a te consacra, e col tuo chiaro nome Sparge per tutta Italia, ad instruirla De larte industriosa, onde a cultura Ridur si debba il canapino seme. Nè già disdice a te: tu pur sei donna, Cui la vita domestica più aggrada, Che la superba popolar comparsa, Come la donna forte già lodata Dal re più saggio, chin pel biondo seppe Piucchaltri mai col crin canuto e bianco; La qual, quantunque a fortimprese e invitte Stendesse il braccio, oprar però le piacque Col buon consiglio ancor de le sue mani. Porgimi dunque il tuo benigno orecchio, Ed i precetti apprendi, onde tu possa Ai tuoi villani, ed a le forosette, Che i tuoi coltivan ubertosi campi A la destra del limpido Baganza, Larte insegnar di farti ricca e pingue Con questa merce, chè sì chiara al mondo, Di cui già tacque il mantovano Omero. Chi vuol di forte canape e sottile, Ma insiem candida quanto è l puro argento, Far a suoi tempi una copiosa messe, Nè buttar lopra e la fatica al vento; Scelga un terreno di propizio clima: Perché non ogni terra atta è al medesmo Frutto, nè ogni aria, nè ogni ciel favora Sempregualmente ciò che in terra nasce. Come veggiam, che non allignan platani, Nè cerri qui fra noi, ma pioppi, e salci, Nè là dove di platani e di cerri Abbonda l suol, vha salce alcuno, o pioppo; Così in basso terreno, e limaccioso, Dove soverchio crasse particelle Salzino ad ingrossar laria, che piomba, Linnocente germoglio canapino Da leterea gravedine depresso, Penerà molto ad ingrandir suo stelo; E ciò, che di grandezza a lui vien tolto, Ad ingrossar verrà la dura canna Di scorza tal, che darà pasco al tarlo; E allora quando si verrà al lavoro, Convertirassi inaspettatamente In canape non già, ma in borra , e stoppa. E sappi, che la scorza (volgarmente Tiglio appellata in questi miei contorni) La scorza, dissi, è tutta la gran dote, E tutto l capital di quella stirpe: Come del cinnamomo è la corteccia , E come di talun, che quanto tiene Di vesti in casa, tutto indosso porta. Però laria esser de temprata e dolce, Mista dacuminati, e di rotondi Corpuscoletti, atti a non pugner tanto Come quella de gioghi alpestri ed ermi. Ivi sottil salzerà ben lo stelo; Ma sottigliezza tale, e tal finezza Più di danno saria, che di suo pregio, Perchè esile il lavoro, e floscia essendo La corteccia, chè tutto l suo tesoro, Forza poi non avrà di regger molto, In tela stesa, o in gomona conversa. E ne fa ben la pruova ogni anno il Veneto Regio Arsenal, quando sommette i nuovi Canapi in tana a lorrido patibolo, Per veder se nel mar poi reggeranno A sostener arbori, vele ed ancore, E d Aquilone il formidabil impeto. O di prudenza raro esempio al mondo, Gloriosa città del mar reina, Che così ben tieni in ogni opra luso De le bilance, e tutto pesi e libri! Nè men temprata di sapor dovrai Sceglier la terra: nè soverchio forte, Nè troppo dolce fa che sia leletta. Tra queste due però guarda chun dessi Sapor non sopravanzi. Quel cretone Sì duro, a la cultura è assai ritroso, Nè tritar si può mai come impalpabile, Nè il seme di leggier rompe le glebe Per germinar; e se germoglia è raro, Nè metter può radici, e poco salza, E spesso langue, e muor, perchè non nato Felicemente da la madre antica. Questo misto terren chiamanlo i nostri Zucchegno, e vorrà dir, terren, dovaltro, Che zucche non allignan, perchè suole Tal misturata terra aver tal forza Di tal frutto produr pregnante e idropico. Che se soverchio è poi leggiero, e dolce, E dinfeconda inutil sabbia misto, Come del fiume larenoso letto; Non lamar già, perchè da se non vale, Quando dun gran sudor tu non limpingui. Sallo per pruova il misero contado Di Bologna, colà dove saccosta A lincostante ed arenoso Reno, Che squarcia spesso i suoi ripari, e tutta Versa la torbidira in su quel piano. E l sappiam noi, che a la sinistra sponda Piantammo (nè so mai per qual destino) A questa furia il nostro suol soggetto. Quanti, già tempo, eran fecondi campi, Derbe e di biade ricchi, e in un darmenti, Non che di piante, ed or di muti pesci, E di palustri giunchi albergo sono. E ver, che spesso, col mutar pendio, Muta il suo corso, e in arido trasforma Quel primo letto; ondabbiam qui Ren vecchio, Corpo di Ren, Renazzo, e la Guadora, Cason di Reno, Ramedello, il Dosso, E a Panar presso, il vecchio Casumaro Da le ben radicate annose roveri, (Che forse Quasi mar disser gli antichi, Perchè il Ren, quasi mar, tutto inondava) E pur oggi son terre asciutterbose, Dove ogni ben di Dio germina e nasce, Dacchè l Ren torse l precipizio altrove. Ma larena deposta, per cui sono Paludose non più, tanto eminenti Le rese, chor non temono il furore Del ruinoso fiume, onde son nate. Questa novella spoglia ivi deposta, Steril rena fu già, reliquia infame Di quel fiero ladron chivi trascorse, Nè per gran tempo a provida cultura Valse, neppur fil derba ivi allignando. Se non che larte con lindustria unita, Di tanta e tal pinquedine coperse Laridità de larenoso suolo, A stagion per stagione inviscerandola Col vomer curvo nel midollo interno; Che mutò faccia, e fruttuoso apparve. Dal terren dunque, che di sabbia abbondi, Sperar non dei di canape ricolta, Senza laita de lo stabbio immondo, Pel lungo corso di moltanni e molti, Onde l letame soffochi larena, E appena dir si possa: fin qua giunse Il fiume, e appena il suo vestigio appaja. Ma se ciò fai, misura ben lo scrigno, E la spesa da lutile diffalca. Se non che quando ti riesca poi Domar larena, e trasformarla in fime, O te beato! finiran tuoi giorni, Ma non finirà mai la pingue dote Del tuo campo, e godranla per moltanni, De figli i figli, e chi verrà da quelli. Però (sè ver, che ad ogni mal non manca Atto rimedio) a quella sterilezza, E a questeccidio del tuo pingue erario, Provida pose la natura il freno, E il molto danno compensò con poco. Se molti campi hai tu, del sole esposti A lutil sempre, ed immutabil giro, Ma penuria in stabbio ti crucciasse, Perchè le mandre sien da te lontane, E tal sia l prezzo, come se cavarlo Da le miniere del Perù convegna; Alza l pensiero, e volgilo a le torri , Dove i colombi anno il fecondo nido. Ivi l lungo soggiorno, e la pastura Di quellaugel sacro a la Dea di Gnido, Afrodite Genera fime tal, che colombina Vien detto, e che in proverbio per inutile Cosa si prende, e pure a questeffetto, Chora dimostrerotti, è sì giovevole, Quanto a lape gentil dolce rugiada. La colombina è tal caldo fermento, Che da larena (sebben grave, e fredda) Nè vincer punto, nè domar si lascia, Come laltro letame di miniere Più vil, che nel girar di pochi soli , Da la bibace arena è soggiogato: Nè a meno può, che penetrante al sommo Non sia quel foco, e ciò che si rinserra, Ciò che alimenta, e gira per le viscere Di quel pennuto simbolo damore. Amore è incendio universal del mondo. Tal colombina tu però non dei Sopra terra gittar sola una volta, Ma più fiate, tanto che ne ingrossi La superfizie del terren ritroso. Tocca a le piogge poi cortesi e lievi Spremerne col cader le grasse parti, Ed inzupparne larido midollo De larenoso sottoposto letto, Sicchè cangi natura, e fertil vegna. Che se di bronzo è il ciel, e giù non stilli Nemmen con la benefica rugiada; Allor la vanga, il vomero, o la marra , Per arte fa ciò che non fe natura. Così fiorir la canape vedrai Ben vigorosa, e l fil chindi usciranne, Fia qual seta sottil, morbido e bianco; E un nuovo frutto del primier non meno Util, che sicurissimo navrai: Perocchè, ripensando a lavvenire, Se vorrai dopo rivestir la terra Di biade, o di qualunque altro sia grano, In virtù di tal fime ivi sepolto, Che forza serba per più anni ancora, Raddoppierai per cento volte il seme; E per gioja dirai, fuor di te stesso, Che versò sopra quel terren felice Cerere amica dogni ben la copia. Nè questa sol è del terren la dote Per nutricar sì fruttuosa pianta: Guardar convienti, che fra terra e terra, Fra vena e vena, e sin nel cupo fondo, Per vicinanza dalcun lago, o fiume, Molesta scaturigine non sorga. Questa sorgente, che per pioppi, o salci, E per simili piante util vien detta, Molto a la nostra canape è nociva, Perchè morbide troppo, ed inzuppate Tien le radici, onde leffetto è poi, Che putride divengono, e la canna Troppo singrossa per soverchio umore, Deludendo così nel miglior tempo, De laffannoso agricoltor la speme, Il quale ogni sudor, ogni suo studio Perir si vede non maturo, o in erba. Tal navrà danno ancor, se questo campo Non sarà aprico e aperto, e in ogni parte Del benefico sole esposto ai rai. Chi vuol vedere il canaposo bosco Ben folto, e di statura gigantesca, Sterpi ogni pianta che l terren circonda, Sicchè lombra maligna non laduggi : O almen se tutte di troncar non osi, (Perchè il danno presente assai tu guardi, Piucchè lutil venturo, e forse incerto) Almen su quelle sol cada il tuo ferro, Che zazzerute più, più son ombrose, Olmi, roveri, frassini, e centaltre, Che quando l sol più cuoce in sul meriggio Al sudante bifolco fanno orezzo . Sappi, che l sole è padre universale, E gran limosinier de la natura: E dove dominar non può l suo raggio, Freddo tutto riman, languido e tristo. Però, se ami la canape, a le piante Dadulta scorza, e gigantesca vetta, Giura perpetua guerra, e non amarle, Nè perdonare a la tagliente scure, Che ogni anno almeno ne recida i rami. Così l sol co suoi raggi, e laria aperta, E l ciel tutto a suo pro scoperto in vista, Tutte serenerà le tue speranze, E doppio frutto in sua stagion navrai. Questi giganti, che fannombra ogni ora, Anzi questi papaveri superbi, Che le basserbe e i teneri virgulti An di tener semprumili vaghezza Col prepotente loro alto dominio: Non avrian tanto di baldanza in oggi, Se un novello Tarquinio a farne strage Con la sferzante sua verga sorgesse. Ma tu puoi farlo, o agricoltor, su queste Piante, che ti fannombra, e rendon trista Nel tuo campo la canape: o se almeno A linteresse tuo nuoce il tagliarle Fin da lima radice: e tu le svetta, E tu le pota, e tu le scalva, e sfronda, Che così non avran pena di morte, Ma quella sol dun ostracismo brieve, Che per qualchanno lombra toglieratti, E in signoria ti lascerà del sole. |