![]() IL CANAPAJODI
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Felice
età, che da laratro intatte Davan le terre i frutti lor maturi, Nè lumano sudor, piucchè la pioggia, Lerbe innaffiava, nè dovea l bifolco Pensare a lavvenir vario ed incerto! Ahi, che nandò sì bella età felice, Nè più, meschina, a ritornar sarrischia, Dacchè luom per desio di farsi grande, Avaro e insaziabile divenne! Or dee lagricoltor pensar dogni ora A lavvenir, in terra seppellendo Le sue speranze, al variar bizzarro De le stagioni sì incostanti esposte, Nè trasandare un dì laspetto nuovo Di Cinzia, nè del sole il vario giro, Se non vorrà le sue sostanze, e tutta Larte del viver suo perder col tempo. Tu, che vorrai perciò del canapino Seme trar frutto, fa che risecate Le biade tutte in lor stagion mature, E già ne laja, e ne granaj riposte, Ogni stoppia rimanga anche recisa, Sicchè ne resti tutto l campo imberbe. Il sole allor co suoi cocenti rai, (Fin che nel cielo il sirio Cane attizza) Purgherà ben le muffaticcie glebe Per lombra fatta da le verdi biade, E penetrando fin dentro l midollo, Andrà il calore innato inviscerando Fra terra e terra, tanto che, caduto Là dentro il seme poi, tosto germogli, Nè nuovo caldo, per disciorsi, aspetti, Ad animar quellorditura interna, Che intera tutta con la fronda, e l frutto, E fin con la fibrosa sua radice, Incarcerata tien la pianticella. Nudo il campo così da queste paglie, Prepara pure il neghittoso aratro, E i pigri buoi, che tempo ora è dusarli, Nè più tenerli in mandra, o a la pastura. Con questo, che dirò ferrato carro, Rompi le glebe, e cavane alti scanni, E ogni vestigio denudato turba De la prima cultura, sicchè quanto Terreno a lopra tua sarà commesso, Da ponente a levante, e dal meriggio Al sempre formidabile aquilone, Tutto di nuova superficie adorno, Per secondar le tue speranze, appaja. Spigni pur oltre i buoi, finchè riesce Comodo il solco a la cultura usata Del giornalier viaggio; e poi ritorna (Volte le spalle a lorizzonte primo) A ripiantar il vomero lucente Poco, o lì presso, e torna colà dove Già cominciasti il tuo lavor primiero, Sempre novella terra discoprendo Di goder disiosa e laria e l sole, Dovera pria mortificata e fredda. In questo andirivieni, e in questo giro, Io voglio l solco assai profondo, e tale, Che la terra sepolta si ravvivi, E a respirar laria più aperta salga. Ma non sempre così: questa fiata In molti solchi pur diviso resti Il campo tuo, che poco, o nulla cale. La prima prima pettinata è questa, Che quel duro terren squarci a lingrosso, E fa quanto fa un pettine ad un crine, Che rabbuffato sia: molto vi vuole A ripulir la discriminatura, Nè gran danno è se alcun gruppo rimanvi. Quando poi torni a ripigliar laratro In stagion nuova, allor non vo, che segno Alcun di sua profonditate appaja. Con la vicina ed ultima solcata Che farai, copri la già fatta fossa, E siegui così sempre a rindossare Per otto, o dieci solcature eguali, Siccome londa, che laltronda incalza, Nè del suo primo alzar vestigio lassa: Così la terra, che da un solco è tratta, E chera sotto in tenebre sepolta, Sorge a rifar la superficie nuova, E quella chera già del campo a vista, Nel più profondo solco si nasconde. Apparirà in tal guisa una pianura Tutta egual, chio non so perché sappelli Vaneggio, o vaneggione: altri quaderno Il chiama, perchè forse ha quattro lati. Questa sarà la preparata piazza Al tuo sudore, ed a la tua cultura: Finchè in selva convertasi, e nappaja Il verde e folto canapajo alzarsi. Che se l campo è maggiore, e se tavanza Altra terra atta, cui fidar tal seme, E tu siegui l lavoro, e ne ricopia Vicino al primo un altro simil vano Diviso sol da un solco, che scomparta La terra, e per chi ventra il passo appresti, E lacque giù cadenti anche ricetti. Così farai finchè terra a questuso Atta rimanga, e lopra compirai, E sarà ben compiuta allor, che l vomero Quanto può, ne la terra si profondi, E linteriora ricavando ad essa, Tutta al fin la rimova, e la rovesci, Tal che nulla dincolto vi rimagna, Che a questa pianticella impedir possa Lo stender bene, e assicurar sue barbe. Non farai ciò però, se l terren molle Sia dacqua molta già dal ciel piovuta, Che strugge il seme, e non ti dà alcun frutto. Poi che ciò fatto avrai, stando in Lione Sotto la sferza de lardente Apollo, Riposti i tuoi giovenchi, ed il tuo carro Fino ad altruopo (che verrà ben tosto) Pensa a dotar la terra, ed arricchirla. Non creder già, che preziose spoglie, (Come a dotar le ricche spose è in uso) Ella ti chiegga: il suo desire è solo, Che tu la copra (vedi genio sozzo!) Di lordo stabbio, ma che vecchio sia, Mezzo, macero, trito, e ben concotto; Altrimenti nocivo l proverai, E vestirà dinutil erba il campo. Prima dirò qual sia l miglior di quanti Escrementi a questuopo usar dovrai. Quel, che gli armenti de lovil ti danno, (Sia pecora, sia capra, o sia montone) Quello è fedele, ed è fruttifer tanto, Che sua virtù per sino al settimanno Dura, e pruova ne dà con labbondanza. Poi siegue quel de le bovine mandre, Dove rumini l toro e la giovenca. Questo pel corso di quattranni regge Nel suo vigor, e fa l padron contento; Ma non così già quel, che da le stalle Nobili, ove i destrier sodon nitrire, Il mozzo vile ogni altro dì trasporta Ad impinguar la fumigante massa. Misto egli è troppo di più biade aduste , E mal dal dente cavallin digeste: E se per anni ed anni non lo macera Lacqua, o lo star nel suo monte sepolto, A le nebbie, a le nevi, a lacque esposto, Derbe è ferace, ed è dannoso sempre. E peggio è poi, se dopo che tu labbia Buttato al campo, stagion calda siegua, Come succede ne la fitta state: Allor la terra come abbrustolita Rimanda questo fime, e inferma giace, Nè frutto ti può dar da lì a moltanni. Altro letame have lindustria umana Scoperto, e l tragge seminando fave Nel campo, o pur la ruccola silvestre, Che ruchetta fra noi suole appellarsi. Queste nate e cresciute, con laratro, Che tutte a capitombolo rovescia, Trovan la tomba ovebber già la culla, Dentro sepolte al lor terren nativo, E in novella putredine converse, Con quelle foglie lor pingui, e polpute. Ma stabbio derbe, debil sempre, e floscio, Si giudicò da agricoltor perito, Quando strame di giunco egli non sia, Nato in val peschereccia, o basso prato, Come da noi Musotta, e Guazzalocca, Col qual, fatto che avrai letto ai giuvenchi, E macero che sia, ne farai strato In sul tuo campicel per fecondarlo. Piuttosto (e la ragion più al vero attiensi) Lugne piuttosto danimai quadrupedi Macere e trite qua e là gittate Pel canapajo tuo gioveran molto. E gioverà l cojaccio, o l pelo, o lana In minuti ritagli, o limatura Di corna, o cenci dogni stampa misti, Come i centoni de pitocchi astuti, Che a brani cadon, senza fil che tenga. Tutto, purchè sia putrido, e ben trito, Tutto giova a ingrassar, come conviensi, La terra sì, che pingue frutto renda: Ma se puoi, non lasciar le colombine, O gli escrementi di qualunque pollo, E gli usa, non sul primo straziarsi Il campo, ma allor quando già vicina Lora, e l giorno sarà di sementarlo, Come al suo tempo ti verrò a scoprire. In tanto, poi che avrai del grossolano Letame la tua terra ricoperta, E sia giunto quel tempo, che abbandona La Verginella innamorata il sole, Le celesti bilance ripigliando; Fa che lo stabbio non più in monte colmo, Ma col badil, per la campagna tratto, Quanto mai può l tuo braccio, in ogni parte, E ad ogni gleba liberal si mostri, Sicchè neppure un granellin di terra, Che derelitto ne rimanga, vabbia: Ma nol far mai quando l suo colmo pieno Mostri Cinzia dal cielo alta e pendente. Questo punto è fatal, per quanto almeno E losservanza de bifolchi esperti, Che di contado son peripatetici, E del celeste studio più ne sanno, Che quanti mai con lastrolabio in pugno Fur di Rosaccio, o di Ticon seguaci. Seminato così lo stabbio in tutto Quel campo che a la canape assegnasti, Tosto nel dì a venir, di buon mattino, Quando lalba rosseggia, e l cielo alluma, Torna pur con laratro a ritagliarlo, E a seppellirlo fin che pingue appaja, Nè Febo co suoi rai linaridisca. Da se mandando va sotto la coltre Le sulfuree sue parti, e le oleose A la terra che l tocca, e ne discaccia La sterile natura, disponendo Ogni suo picciol atomo a far frutto. Come lindustre profumier, che vuole Tutta una stanza inebbriar dodore; Una stilla di balsamo odoroso, Che versi su quel pian, già la fragranza Inonda tutte le pareti, e l tetto. Ma tu sai la materia, e non ancora Chiaro ben sai de la materia luso, Nè la misura quanta basti, e quanto Sia l capital, che qui metti ad usura, Prima che quel terreno si ritagli. Ricordati però, chio qui favello Del primo stabbio, e non del fino fino, Che usar dovrai quando sarai sul punto Di giù versare a piena mano il seme. Se sia l letame ben concotto, e trito, (E l tempo è, che lo mostra) sicchè possa Tagliarsi, e fender come densa pasta, Che si maneggi per le man del cuoco; Allor ne la tua mente hai da dividere (Come facean gli antichi Auguri l cielo, Con lindovino curvo lituo in mano) La misura del campo, e ad ogni tanto Di terreno, che compia un centinajo, E di più ancor quarantaquattro tavole Di quadro piè, da cento piè per tavola, (Dal che unintera tornatura compiesi) Coprilo tutto, come ben convienti, Di cinque carri colmi di tal fime, E nulla più; che tanto basta a darti Copioso frutto de la tua fatica, Ed a moltiplicar la tua semente. Ma se l letame sia nuovo e indigesto Di raddoppiar la dose non tincresca, Nè ti dolga il veder molterbe inutili A convertire il canapajo in prato. Tal danno avverrà ancor, se chiuso e stretto Terrai lo scrigno, e de lo stabbio invece Di mandra, amerai quel che si ammonticchia Per le case più povere e meschine, Dove ogni avanzo, ognimmondezza, ed ogni Fango fa massa, e vendesi a vil prezzo, Quanto val la pigion dun focolare. Nè ti fidar di quel letame immondo, Che tanto è in prezzo per virtù dappalto, Di cui gran copia dal vicin paese Navigar ti vedrai fin sul tuo porto. Costor, che di penuria fan guadagno, Godon del nostro giogo, e purchè il lucro Abbiavi dentro, annogni odore in pregio; E san dir, che gran studio, e gran fatica, E vi si assorbe gran denaro ancora. Ma chi sa dove il diavol tien la coda, Sa quel letame dove nasce ancora, Che a noi per manna ognor vender si vuole: Merce daccatto vario, e rimasugli Di latrine pestifere, dal ghetto Immondo, e vile ricettacol tratti; O steril fango, ed arenoso avanzo Misto dumane feccie e di carogne, Che si calpesta ove nasce, e trovasi Per derelitto lastrico a le vie. Questa è la mercatura, e questo è l traffico, Che a peso doro, ed a misura corta, Col privativo titolo dappalto, Qual peruviano balsamo si spaccia. Ma in tempo di penuria alcuna volta, Son saporite, a par del pan, le ghiande Vo dir, che dove non abbondan prati, O regie stalle, e si coltiva ogni angolo, Sicchè appena un sentier si trova aperto Dove varcar, forzè soffrire il giogo, Ed appigliarsi a qual toffra, o dannoso, O inutil stabbio il venditore avaro: Sicchè tu rivestendo il tuo terreno Di questo abbominevol putridume, Dovrai da larte ricercarne aita, Per far che ancor linfruttuoso frutti. Perciò al lavoro muterai tenore, E per più inviscerar dentro l tuo campo Quel boja, che pagar pur ti convenne, Pria di squarciar la terra, copriraila Di questo fime contumace, e dopo, Per più sempre celarne anche la vista, Tutto quantè seppellirailo arando. Poi nuovamente nel prefisso tempo, La terra col tuo vomer ritagliando Trarrailo a laria umiliato, e domo. Indi, allor che depositar vorrai Con la semente il tuo tesor nel solco, Nel tumulo di pria buttal rovescio, Come cadaver interdetto e infame, La fronte al ciel di rialzar non degno. Così per tre fiate risorgendo, E altrettante cadendo in sepoltura, La malvagia natura alfin deposta, Rimarrà dentro per dar moto al seme. Là dove, se per due sole rivolte, Rompi l terren, sempre riman quel desso Inutile, infingardo e traditore, Perchè quel ceffo già coperto in pria Non si camuffa, ed ostico rimane, E l sol, che lodia, infruttuoso il rende. Ma perchè taccio la miglior cultura, Che l villan fa gagliardo, e l padron ricco? La dirò qui, perché sebben di molta Utilità, però di rado è in uso, Nè far si può se non da chi ricolmo Abbia lerario suo dargento e doro, O pur tal campicello abbia, che Febo Lo guardi appena di passaggio unora, Sicchè l lavoro in breve dì si compia. Chi vuol la terra sviscerar davvero, E trar dal bujo le più occulte glebe, Giacchè l terzar la terra ito è in disuso Per la cresciuta villanesca inerzia, Usi la vanga, e l vomero abbandoni. La ferrea vanga a morder fu la prima Il terren duro ne letà dargento, Dopo che l secol doro sen fuggìo, E tolse al campo il natural suo seme. Guardi però, che l vangator sia esperto Ne lopra sua, e sia la vanga tale, Che di lamina abbondi in tutti i lati; E l suppedaneo, o sia l ferreo vangile, Su cui col destro piè si calca, e aggrava, Per conficcarla drittamente in giuso, Due palmi almen nel manico sovrasti: Così che ogni fiata nullameno Dun piè di terra penetri, e ricavi, E come pasta da coltel recisa Due piedi almen lungi da se la vibri, E dal colpo si stritoli, e sfarini. Caggiono in tempo tal (perché non puote Quanto ricava abbracciar mai la vanga) Caggiono in tempo tal, briciole, e gromme Nel solco fatto, e il prode vangatore Col medesimo ferro ha da ritrarle, Sicchè sia l taglio ognor pulito, e terso Come canal, che per ruscel sia puro. Rinculando così di filo in filo Giusta la presa via vedendo andrai Sempre terra novella alzar la cresta, E dir (se mai possibil fosse udirla) Anchio desser feconda ho disianza, Anchio sospiro di vedere il sole. Il tempo è questo di sterpar da quella Sommossa terra tutta la nodosa Importuna gramigna, e al foco darla, O a linerte asinello, che laspetta. Ha i suoi giorni questopra, e non occorre Al primo romper de la terra usarla, Ma quando sol con la seconda piaga Vuol ritagliarsi l preparato campo, E corre la stagion de lo Scorpione: Che se pioggia trattienti, o per burrasca; E tu ritarda, e lopra al fin conduci (Pur che l giel non induri l tuo terreno) Sebben anche ne lorrido Dicembre, Quando col Sagittario il sol duella. Bella allora vedrai, pulita, eguale La pianura del campo, come sposa, Nel dì de le sue nozze, preparata Il seme a ricettar, che la fecondi. Se stagion fosse da piantare il Majo, Come di Maggio a le calende è in uso, Vorrei su duna quercia, o su dun pioppo, Vicino al campo de la mia cultura, Alzar tra verdi frondi, in mezzo a un cerchio Di vaghi fiori la famosa vanga, Che l mesenterio a questo suol rivide, E preparò a la canape il covaccio, Sicchè lagricoltor, di qua passando, A questa origin de la sua fortuna, Un atto almen di riverenza usasse. Chiara la vorrei far piucchè la marra Già da lo Sforza Attendolo vibrata Su lalta noce, e che di là pendendo, La fortuna guerriera a lui predisse. |