![]() IL CANAPAJODI
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Giunto
il sole in Ariete, allor che soffia glincostanti venti, Ostro garbino, e E lequinozio notte e dì pareggia; Ripiglia pur costante la fatica, Poichè del frutto la stagion saccosta. Ma in tanta copia forse non lavrai, Se pria di questo tempo, altro sudore, Allor chè in Sagittario il sol, non spargi. Io tel dovea ridir ne laltro Canto, Allor che ne lo stabbio mimbrattai; Ma qui pur dovendio nuovi escrementi Ricavar fuori da la colombaja, E dal pollajo, riserbaimi a dirti Del preparar per lultima fiata Il canapajo in questo sito appunto. Nel primo freddo adunque, che in Novembre, Con le tue dita ti farà far pepe, Per la terza fiata hai con laratro Da prepararti l canapajo , e l letto Adagiar dove la semente cada, Allor che l marzial mese declina. Ciò tanto fassi tempestivamente, Perchè il prossimo ghiado , e in un la brina Nudrichi l campo, e in cener lo riduca. E che non fan le gelide pruine? Squarciano i monti, ed i macigni stessi, E le più annose querce: or che faranno Poi de la creta vil, benchè ostinata? Che se mai de la forza diffidassi Del ghiado, o pur, che l Verno a noi venisse Dolce, temprato, a suo bellagio, e senza Il venerando pelliccione intorno; E però dure e immobili le creste De la tua terra rimanesser anco, Nè si squagliasser per virtù di freddo; Tu con più di due mani, e di due braccia (I robusti garzoni adoperando Carchi di grave mazzapicchio il pugno, Per retroguardia del tuo curvo aratro) Rompi le glebe incolte, e turbatrici De la bramata egualità del campo. Questa festosa schiera giovenile Può la fatica alleviar col canto; E più, sè qualche villanella seco, Che damor punta, gli altri a lopra desti. Tal gara insorgerà fra dessi allora, Che ciascun cercherà desser gagliardo, E nel lavoro dottener la palma, Rompendo a forza di pesanti colpi Le dure glebe, e i ruvidi matoni, Fin che lombre sallunghino dei monti, E notte gli animai chiami al riposo. A lapparir de lalba poi, lasciando I giuvenchi a le stalle, il buon cultore, Djer sera sul lavor gli occhj aguzzando, Vedrà se tutto sia degual pianura. Allora, di badil la mano armato, Noti l sito opportun, dove cadendo Lacque, per sorte, congregar si possano, E giusta a quel declivio, a cui natura Le porta, ivi con larme astata, e aguzza, Cavi più solchi scolatoj, da luna Parte passando a laltra, infin che truovi Il maggior solco, o la maestra fossa, Dove la neve liquefatta, e lacque (Che spesso il cielo da le nubi scioglie, Allor quando acquazzosa è Primavera) Possan, quante mai son tutte acquacchiarsi, Ed inzupparsi nel terreno incolto, O passar nel comun largo acquidotto. Così sicuro allor del tuo apparecchio, Lascia in riposo i buoi, lascia ogni ferro, Che ruggin prenda, ed al favor del cielo Abbandona te stesso, e la tua speme, Il pensier rivolgendo ad altra cura, Fin che tempo opportun giunga a nuovopra. Giunto il sol poscia al declinar di Marzo, Quando la terra sinnamora al caldo Di Primavera, chogni cor rallegra, (Come già udisti al cominciar del canto) Siccome padre, che la figlia voglia Accompagnar col desiato sposo, Oltre la dote già promessa in patto, I nuziali arredi anco prepara, Vesti, monili, e l mondo muliebre; Tal far dovrai tu, che l tuo campo amando, Al desiato tempo il frutto aspetti. Son questi arredi un certo fior di fime, Chio taccennaj, ma non quanto già merta; E per far che la tua canapa in candore Ogni altra, e in peso, e in abbondanza vinca, E una miniera, credilo, un tesoro; E pur deriva da sì vil radice. Perchè l colombo dentro l suo corbaccio Depor la suole, colombina è detta; E comè dun augel tutto amoroso, Ma temprato così, chanco è piacente; Quel foco, che in se nutre, è dolce fatto Dal dolce viver suo, chè tutto amore. Inviscerato poi questescremento Nel coltivato ventre de la terra, Amor, che da amor vien, cava e produce, E tutta immantinente la riscalda Di prolifica voglia, e linnamora. Tal puledrotto, se di paglie sole, O di gramigna dordinario pasce, Vive sì quanto può sano e robusto, E ben si regge a le fatiche usate: Ma se lungo viaggio gli prepari, E seco vuoi caracollare in lizza, Biada gagliarda, e di sostanza piena Conviensi, e non già più campestre fieno, Onde spirto e vigor tosto ripigli. Così la terra è terra: arida nata, E di ciò che dà il ciel vive, e germoglia; Ma se zolfo, o miniera in lei non passa, Ingigantir mai non vedrai le piante: Or questo fime è il zolfo, e la miniera, Che con quel blando e sì gentile ardore, In lei di ben fruttar le voglie desta. Se non che rare, mi dirai, le torri Salzan qui ntorno, ove l colombo annidi, Perchè più saporite ama pasture, E però raro è l suo escremento ancora, Nè mai senza miracolo può farsi Moltiplicar ciò che in se stesso è scarso. Questa penuria, e questo sì lontano E difficil tragitto è quel, che raro, E in un di prezzo rigoroso il rende. Io non vo però già, che disperato, Dal coltivar la canape tastenga: Vedesti mai tu l medico a linfermo Tal medicina famigliar proporre, Nota, e che nasce ne tuoi stessi campi, Quando loltremarina aver non puossi, E che di quella al par linfermo sani? In questa carestia fa tu lo stesso, E un somigliante effetto ne vedrai. Se colombina tu non hai, rivolgi Lanimo a le polline: e qual vha tetto, (E sia pur di città, sia pur di villa) Che pollajo non abbia, e non vi nutra Galli, galline, gallinacci, ed oche, E lanitre, e la chioccia, e ogni altro pollo? Allor, che saccovacciano nel nido, E sappollajan per le lunghe notti, (Che per lor si fa notte innanzi sera) Allor si digerisce, e si prepara Il nutrimento de la tua cultura. Questo, adusto che sia, e in polver fatto, Raccoglil pure, e fanne uso a tal uopo, Che vedrai rinverdir le tue speranze. Però tu, chhai fantesche in tuo dominio, Cui tanto è caro il gallinajo, chaltro Far non san, che allevar chioccie, e pulcini, Tienle in dover ben rigoroso, chabbiano Custodia sì del tuo pollajo, e luova Colgano a tempo, pria che l can le ingoi, O la furtiva man de la gastalda, Per vendita poi farne in sul mercato; E ogni dì la mondiglia, a unora sempre, Sia quel pennuto gregge a pascer pronta, E lacqua si rinnovi ogni mattina, Per toglier lor de la pipita il morbo. Osservi il gallastron quante abbia ad uso Concubine fedeli, e le già vecchie Con pulcelle novissime rinovi, Che ovaja vecchia non è mai feconda; Ma per riconpensar poi sua fatica, De le polline traffico non faccia Occultamente, e a te gran danno arrechi. Questo fu l patto, che durò tantanni Con la mia fida vecchierella Ippolita, Nè froda mai (chio sappia almen) commise, Benchio quale infedel la canzonassi. Ammassa pur di tanto in tanto, ammassa Queste lordure, e le riponi in monte; Che di riconvertirle il tempo è questo In un censo fruttifero e sicuro, Che cento e più moltiplichi per uno. Le colombine, e le polline adunque Sieno pronte al bisogno, asciutte e trite Qualche dì pria, che a seminar taccinga Il canapajo tuo già ben disposto, Che come fior rugiada, il seme aspetta. Quel dì poi che cominci, empier tu dei Più dun canestro, e sien quei che al Settembre Per coglier luve, e vindemmiare adopri. Quanti canestri avrai, tanti ne colma Di questo fime, e tanti uomini e donne Accorda, che sien teco a questimpresa. Vattene al campo: ivi ciascun si sparta In lontananza, quanto un braccio puote Vibrar cosa che in pugno abbiasi stretta: Poi da lun capo del terren già culto Ciascun cominci a pugna piene, e spesse, A sparger quanto può quel prezioso Escremento raccolto, a passi andanti; Nè già si penta se un medesmo sito Due volte e più si carica a bizeffe Di questa lorda polverosa pioggia: Giova qui lesser prodigo, e pentirsi Non val dappoi, se ti mostrasti avaro. Il giorno finirà, ma non finisca Il tuo lavoro: in altro dì ripiglia (Purchè pioggia il tuo oprar non interrompa) Ripiglia a sparger dove non spargesti, Sicchè la colombaja, ed il pollajo Vuoti, e que sacchi ancor, che già mercasti Dal venditor falsario a caro prezzo. Pur tu vorresti a regolar la mano Una giusta misura; or io darolla. Se ciò che butti, colombina sia, Dodici volte nempierai lo stajo, E unaltra ancor (e lavarizia muoja.) Se poi più agiato è a te lusar concime Di polli, allarga, allarga pure il pugno: Venticinque fiate empi lo stajo, E fino a trenta, ma più in là non passa; E o de luno, o de laltro è in tua balìa Di tanto darne ad ogni tornatura, Che tu di te puoi contentarti, e l puote Dun tal tributo la tua terra ancora. Il desiato tempo allora è giunto, Che tu dia mano ad impregnar la terra Col prolifico seme. E qui convienti Qual sia conoscer la miglior semente, Pria che la butti a seppellir nel campo, Nè invano l frutto in sua stagione aspetti. Però mascolta, e ogni mio detto poni Tutto in riserva ben ne la tua mente. Non ogni seme atto è a produr buon frutto. Tal ne dà la natura, che traligna, E la speme non men, che gli occhj inganna. Tratto che l seme sia da la sua guscia, E ben asciutto per virtù del sole, Fa che lo purghi da la polve il vaglio, E i rimasugli inutili ne scevri: Poi lo ripon, per conservarlo, in vaso Di cotta creta, che di fresco abbonda, E per porosità laria riceve; Coprilo sì, che l topo ingordo, o pure Non tel rubbin le provide formiche; E in tal conserva, purchè spesso il vagli, Durerà sua virtù feconda, e intatta Per quanto tempo il sol due volte giri Del Zodiaco la fascia in tutti i segni; E sappi, che di due stirpi si danno Semi, e di due livree coperti il dorso: Luno (ed è quello in sua virtù perfetto, Che de la buona canape è radice) E rotondetto, come coriandro, Di nericcio color pesante e grosso: Laltro è assai più minuto: ed è rossigno, Nè rotondo così, ma quasi ovale, E di cuspide armato in un de capi: E questa, se nol sai, questa, ella è appunto Del canapino seme la zizzania, Che limperito agricoltore inganna. Agostina sappella, perchè appunto, Quantunque seminata a un tempo stesso Col miglior seme eletto, e più pregiato, In Agosto matura, anzi talvolta In Luglio ancora, e la stagion previene: Ma pigmea di statura, e lieve, e corta, E dinfelice appariscenza a locchio. Il buon coltivator, che la conosce, La recide ben tosto, e dàlla al foco Questa peste del campo, che orgogliosa La gigantessa canape reina, Fuor di stagion, vitupera, e avvilisce. Qui nei colti però campi centesi, Dove ogni villanel dritto discerne, E in coltivar la canape ha buon naso, O non alligna, o rado almen germoglia; Nè in conto sha, che di selvaggio arbusto. Come un tal seme in queste parti giunga, Qualche infelice comprator ben sallo, Quando ai mercati il venditor deluso, Per penuria di seme, altrui lo vende, E rifà in piazza la commedia antica, Che due figli suppose, uno per laltro. Ma il ciel volesse, che tutti i suppositi Fossero come quei, che l mio divino Ariosto già un dì mise in commedia. Quei fur scoperti, e furon galantuomini, Nè di falsa semente fu Dulippo, Nè l suo compagno Erostrato: amendue Fecondi furo donorata prole, Nè dal supposto fu avvilito il vero. Ma il suppor seme falso, adulterino A la vera semente canapina, E vitupero, che la merce tutta Può screditar, sicchè non più la fama De la centese ampla ricolta voli Per le piazze più illustri oltramarine. Però ben diligente esame in pria Dal nostro esperto agricoltor si faccia; E se un solo granello, un solo arbusto Ne scopre, il butti al fradiciume, al ciacco, O falce inesorabile l recida. |