Nudo è ancora il tuo campo:
or su taffretta
A rivestirlo, poichè a lui
non basta
La colombina, o pollajuola coltre
Da te già sovrapposta a suo
riparo,
Nel caldo giorno, o ne la notte
fredda.
Tu, che sei reggitor de la famiglia,
Svegliala tutta, e fino la gastalda,
E i garzoni operosi, e le fanciulle.
Vedi la luna, che ti guarda, e
cresce?
Vedi seco, che salza il pigro
Arturo?
Tutto già mostra a segni
aperti e chiari,
Che son le ferie sementive queste,
E qui per tutti havvi lavoro ed
opra.
Su, presto, insacca il seme, e ne
riempi
Più dun canestro, e
portalo sul campo;
Anzi, l sacco medesmo ivi
riponi
Presso una pianta, e a tutti sia
comune.
Dal suo pollajo il gallo, e le
galline
Rilasci la gastalda, e ad un
fantoccio
Atto a sol quello, per letà
immatura,
Le lasci in guardia sì, che
con la verga,
E lusato sciò sciò,
lungi dal campo
De limminente lavorìo,
le indirizzi.
Avide troppo ai granellini sono,
E a razzolarne quei che son sepolti.
Che se l gallo un ne trova, oh
come pronto
Chiama a se tutte intorno in suo
linguaggio,
A cibo far de la scoperta biada!
E quindi è poi, che rado
nasce il seme
Più dove la cultura sia
vicina
A labitata rustica capanna.
Nè giova già, che i
canapin granelli
Abbian valor dinebbriare i
polli,
E di farli cader come in letargo:
Quellintelletto, che non ebber
mai,
Questo danno a discerner non arriva,
E l beccan su come segala od
orzo,
O qualunque altro gran più
saporito.
Congregata così tutta la
squadra,
Vanne sul campo, e da lun capo
prendi
A seminar col tuo canestro al
braccio,
Nulla men, che se il solito
frumento,
(Quando è lautunno) a
piena man buttassi.
Più che ne spargi, più
ne coglierai:
Ma il troppo è troppo, e l
poco a nulla vale,
E durar più la suol chi la
misura.
Se la tua terra per virtù del
fatto
Lavoro con la vanga, e con laratro,
E col letame, copia ti promette,
Che giunga il seme a
quattro
nappi , basta
Sol una tornatura a ben dotarne;
Ma se intorno rimorso ti flagella,
E lo stesso terren teco si dolga,
Senza sugo vital, macero e strutto,
Sol tre nappi ne gitta a la fortuna,
E nulla più: tanto a tal
forza basta.
Tu l caporal sarai de la
squadriglia,
E solo solo, col tuo braccio in moto
Limpugnata semente ognor
buttando,
Farai che chi non ti conosca, e l
tuo
Mestier non sappia, e da lontan ti
veggia
Con una schiera armata, che ti
siegue
Dopo le spalle, un marescial ti
creda,
O un ingegner di guerra, che
cruccioso,
Allor allor attacchi, assalti, e
mine,
E breccie, e scorrerie mova, e
disponga
Sul campo marziale, ove comanda.
Ma se tal non sei tu, sei però
duce
In opra tal, che assai studio
richiede,
E gran fatica a ben condurla a fine.
Anche tu rompi terra, anche tu
assalti,
E mine formi, bastioni, e fosse,
E ordinanze, e trincee, e batterie
Per soggiogar linfruttuoso
campo,
Che in brieve tempo al tuo voler
sarrenda;
E sono larme tue forse più
fide,
E più sicure, che arcobugio,
o spada.
Nel così far, serba il tuo
passo andante,
Ma sempre a una stessissima misura,
Che tanto carchi tu, quantaltri
scarca:
Vo dir, che tanto di terren
sementi,
Quanto zappando può finir la
turba,
Che in apparecchio di battaglia
siegue.
Questa per linea egual disposta e
stesa,
E sempre ritta con la marra in mano,
Romper de quel terren, su cui
buttasti
Il seme, e in guisa profondar suo
taglio,
Che tutto l ferro nel terren
simmerga.
Così l seme non men,
che l fior di fime,
Comun tumulo avrà tutto in un
colpo.
Ma fa, che gli occhj insiem de
combattenti
Guardino sempre l suol, dovè
lo strazio,
Sicchè il seme quantè
tutto si copra
A forza dun sottil taglio di
marra,
Nè a laria un granel
solo, a ciò che l cielo
Già destinollo, inutile
rimanga.
Per far più lieve la comun
fatica,
E invigorir, non che le braccia, il
sangue,
Sien misti villanzoni, e villanelle
Innamorate di quel rozzo amore,
Chè sempre caldo, e
qual caval nitrisce.
Canteranno costor le sue improvvise
Canzoni in mezzo del comun lavoro,
Questi intonando, o
simili
strambotti ,
Passati da la Nencia, e da la Beca
Fin ne le bocche ai villanelli
nostri.
Rossetta mia, io vo
sabbato andare
Infino a Cento a
vender due
somelle
Di scheggie, che mi posi jeri
a tagliare
In mentre, che pascevan le
vitelle.
Procura ben chio ti
possa arrecare,
O se tu vuoi, chio ti
compri covelle:
Vuoi tu di
terra Oriana un cartoccino,
O di spilletti, o
d
agora un quattrino?
Fischj, urli, e strida
salzeranno allora
De la brigata, che in amor pretende:
E la Rossetta, che di lui non arde,
(Di lui che l primo canticchiò
strambotto)
Risponderà, ridendo, in cotal
metro.
Vattene a Cento, a Pieve, e
dove vuoi,
E vendi scheggie, e l
diavol, che tappicchi:
Cavane pur danaro quanto puoi,
Vo che nel fabriano te
lo ficchi:
Nulla voglio da te,
nulla da tuoi;
Non occor, che l
cervello ti lambicchi:
Chi laltrui, senza
merito, si prende,
Perdendo libertà se
stesso vende.
Le strida in questo dir
rialzeransi,
Come lalzano loche ad
ali aperte,
E sudiran le sgangherate risa
Tutta laria intonar fin da
lontano,
Sicchè la voce, e leco
ne rimbombi
A destar chi lavora in altro campo.
Il caporale allor, stanco le
braccia,
Tutti chiami a merenda, e
uninsalata
Di cipollette e dagli con
lattuca,
Da la gastalda in pria già
preparata,
La vivanda comun sia per quel tempo,
Che dal lungo sudor tutti ristauri;
Ma più chaltro, vi sia
la corpacciuta
Bottaccia colma dottimo
falerno.
Questa è la
cinosura , a cui si guarda
Da chi suda e fatica, e questa
infonde
Virtù, e valore da finir la
guerra;
E rallegra gli spirti in
gozzoviglia,
Tal che brindisi nascono improvvisi,
E lamor si riscalda, e
lamicizia.
Abbia fin la merenda, e sia l
suo tempo
Quanto non scemi lopra a chi
la paga
Col diurno denaro, e la vuol piena:
Ondesser de sollecita la
turba
A rialzarsi da lerboso desco,
E a ripigliar la cominciata impresa.
Tutta di nuovo si rimetta in filo
Lordinanza, e tu proto
caporale,
Ripiglia a batter con la man la
solfa,
Tanto che sera giunga, né
scoperto
Di canape un granel neppur rimagna,
Finchè ingrossando va Cinzia
le corna.
Arte però, non men che
sperienza,
Trovò come ridur tutta al
coperto,
E appareggiar la sviscerata terra
Col martellar de la fendente zappa.
Per retroguardia de
combattitori
Farai che resti più dun
uom robusto,
Le mani armato di dentato rastro,
Che sorpassando il seminato campo,
E dove calcar gli altri,
ricalcando,
Rompa qualche pur ivi insorta gleba,
E dia fresco terren, trito e minuto
Al seme ivi riposto, ove non
labbia.
Questo rastro sarà l
livellatore
Di tutto l campo, che in
guardarlo solo
Con locchio da lontano, e da
vicino,
Parrà una piazza aperta per
danzarvi,
Senza offendicol, dove l piede
inciampi.
Vada pur dopo la brigata al suo
Tetto, e se madre vha di
bambolino,
Lo sfasci, l ripulisca, e poi
lo allatti,
Che tempo è di pastura anche
per lui.
Gli altri vadano tutti al suo covile
A riposar da le fatiche il fianco:
Da lor nulla più chiede il
canapajo,
Finchè l seme non metta
alcun germoglio:
Solo il primo cultor, cui più
dogni altro
Premer de l parto del
terren pregnante,
Visiti i solchi scolatoj, portando
Seco l badile, e dove trovi a
caso
Terra precipitatavi dal folto
Tempestar de la marra, industriosa-
mente la tragga, ed il canal
nespurghi,
Sicchè lacqua
cadendovi, ritegno,
Che dal corso larresti, alcun
non abbia
Là dove l natural
pendìo la porta:
Nullaltro forse più
abbortendo il seme
Di questo arbusto, che lo star
sepolto
In questacqua stagnante, e
quasi morta.
Nulla ho più che ridir. Dal
cielo solo,
Dal cielo unicamente, e da chi l
regge
Tutta aspettar ti dei la tua
fortuna.
Corre allor la stagion, che di
rimbuono
Ad irrorar la terra April comincia,
Grazia del primo Autor de la natura,
Che l tempo atto ben sa, sa il
quando, e l come
Innamorar la terra, e fecondarla
Piovigginando con quel caldo umore.
Tu lo ringrazia, come ben conviensi;
Ma se dopo la pioggia il sole
ardente
Percuoterà di tal calor la
terra,
(Perché nei caldi segni ognor
savanza)
Che la corteccia per di fuor ne
abbruci,
E (come chi de la schifosa lebbra
Vien percosso da Dio) tutta sia
crosta;
La qual, sebben la superficie sola
Tocca, e l midollo ad indurir
non giugne,
Pur nuoce al nuovo germogliar del
seme;
Tu allor di nuova sofferenza armato,
Ma insiem del rastro dai ferrati
denti,
Vanne, e leggier di piè,
leggier di mano,
Tutta col ferreo adunco dente rompi
La
contumace crosta, e ne sprigiona
Il seme, che duscir cerca la
via.
Ma guarda che col troppo adunco
dente
Troppo non morda, e la nascente
gemma
Non franga sotto la corteccia
occulta,
Che gran danno saria quel tuo
lavoro.
Abbi un rastro di denti assai più
brievi
Come dallora nato
catellino ,
Che poppa sì, ma lubero
non morde;
O se non lhai, tu la
mordacchia poni
Con intrecciati vinci ai lunghi
denti,
Che di lunghi da pria, diverran
brievi,
E sol penetreran per quanto è
duopo,
Senza turbar la prole allor
nascente.
Che se l primo germoglio con
le due
Solite foglie seminali è
uscito,
Astienti pur dal rastro, e sii più
gretto.
La tua, che sembrerà provida
cura,
Altro allor non faria, checcidio,
e strage:
Troncheresti così le prime
prime
Speranze, e i primitivi filamenti,
E nulla più dal tuo sudor
trarresti.
Abbandona te stesso unicamente
A la provida cura del primiero
Motor, che tutto a tempo opra e
produce.
Abbonda (già tel dissi)
abbonda Aprile
Di piogge, ed una sua rugiada sola,
Più farà, che non tu
con quel tuo rastro,
E lo vedrai forsanche ad occhj
aperti
Da la sera al vicin nuovo mattino.
Ciò che finora in
questi carmi udisti,
In quello stil più semplice e
più incolto,
Che al villereccio intendere
sadatta;
Tutto sarà ciò che di
studio e dopra
Usar dovrai per seminar la tanto
Accreditata canape centese:
E ne son testimonio gli occhj miei,
Questoggi appunto, che per
sorte corre
Quel gran giorno , che al sol si scoloraro,
Per la pietà del suo
Fattore i rai;
Quarto giorno dApril, correndo
intanto
Danni trentotto il secol
diciottesmo;
Chio dopo i sagri tenebrosi
uffizj,
Su lora, quando il sol piega a
loccaso,
Al vicino Penzal, dove ha il mio
Biagio,
Fra gli altri, un ubertoso
campicello,
Portaimi a contemplar la
rusticopra,
Intorno a cui la gente mia sudava,
Me di speranza empiendo, ed il mio
gregge,
Cui del raccolto poi frutto fo
parte.
Ivi conobbi il necessario, pingue
Alimento comabbia il pregio
tutto,
E in questo faticar sia l
primo scopo.
Anzi l mio socio, satrapo
primario
Del Comun di Campagna, una finezza,
Per rara cortesia, mi discoperse.
Io, dissei, che di far pingue
lerario
Del mio padron studio più
assai che l mio,
(Salvo a la verità sempre l
suo dritto)
Unarte in seminar novella
adopro.
Nel tempo stesso, chio col
seme in pugno
Il preparato campo vo
coprendo,
Già bisulcato, e pingue di
buon fime,
Picciola sì, ma necessaria
parte,
Ed util molto a chi nintende
il pregio,
Vi gitto ancor di stabbio colombino,
O darida pollina, e trita in
polve,
Che nel canestro preparata stammi
E mista insiem col canapino seme:
Questo miscuglio, chio vo
rovistando
Con la mano così, di tratto
in tratto,
Fa come appunto ruvida camicia
Di novello capecchio: a chi la porta
Ne la cotenna un tal prurito desta,
Ed un irritamento sì
pugnente,
Che soffrir non potendosi la vita
In quel saccone dimenando spesso,
O pur le mani, e lugne ancora
aguzze,
A grattamento tal venir conviene,
Sicchè il fusto si scuoja, e
sangue schizza.
Un caldo allora per la cuticagna,
Unafa si risente, e un tal
bruciore,
Ma insieme un traspirar sì
saporito,
Che tutto vi rallegra, e vi
rinforza:
Così lo stabbio fino
approssimato,
Inviscerato, e dibattuto molto
Con la semente, spigne in quella
guscia
Certe punte invisibili, ma acute,
Che tutta internamente linnamorano,
E lo spirto prolifico sciogliendo,
Rompon la scorza già sì
dura, e arsiccia,
Come luovo sol far pulcin
nascente.
Più di leggieri avvien ciò
che non suole
Avvenir con quel solo primo primo
Letaminar di stabbio grossolano.
Così dal punto che si gitta
l seme,
Fino al suo primo germinar, non
passano,
Che pochi giri del diurno sole;
E già la vedi fuori de la
buccia
La superficie romper de la terra,
Prima di quante già nel nudo
suolo
Mal nutricato e vil si seppelliro.
Io pendea da suoi detti a
bocca aperta;
Ma con fermo pensier di non
prestargli
Credenza alcuna, e fra me stesso
dissi:
Se il ver costui mi narra, io son
felice:
Forse meglio starò nel campo
mio,
Che se Palladio, Columella, e Varro,
O l Crescenzio, o leconomo
Tanara,
Già laureati ne
lagricoltura,
Per reggitori del mio campo avessi:
Se non che, come spesso il poco
nuoce,
Così l soverchio spesso
lopra guasta.
Guardati da chi largo ti promette.
Visto ho sovente, che l
sentiero antico
E più fedele de la via
novella.
Bastar mi può quanto a sperar
son uso,
E nulla più: se uno sperare
onesto
Fallisce, moderata anco è la
doglia;
Ma se la speme al sommo mi
trasporta,
E poi minganni, anche il
dolore è sommo.
Io non vorrei che mavvenisse
il caso
Del can dEsopo. Era la carne
in acqua
Dipinta tanto ben, che parea grande,
E per virtù del trasparente
umore,
Il boccon più massiccio a lui
parea
Di quel, che già tenea
stretto fra i denti.
Però questa lasciò
piombar là giuso,
Con speme dincontrar sorte
migliore.
Ma pel turbato umore, e pel profondo
Letto del lago, che faceagli
speglio,
Non men che luna, laltra
dileguossi,
E di quanto avea pria restò
deluso.
Così se nuova via tentar
volessi
Ne la cultura col villan consiglio
Forse vero, ma forse anco fallace;
Forse migliorerei, ma forse il poco,
Che mi giova, potrei cangiare in
nulla;
Nè il consiglier scarso sarìa
di scuse,
(Che a chi mal opra, scusa mai non
manca)
Per fomentar più sempre il
creder vano
De la mia, vorrei dir semplicitate,
Ma più vero dirò, col
dir sciocchezza.
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