![]() IL CANAPAJODI
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Or mi si muove, Albatica, vaghezza Di qui condurti meco a la cultura, Perchè sè ver ciò che dicio, tu l veggia. Giriamo il campo da la parte ombrosa, (Per quanto fannombra in April le piante) Che l sol co raggi suoi non ci percuota. Vedi tu qui quella pianura verde Derbucce tutte ricamata eguali? Non creder già che sien queste le fraghe Del tuo bellorto dAntognan, per quanto Simili al nascer sien canape e fraghe. Tempo già fu, che un sempliciotto Inglese, Di qua passando, i canapin germogli Fraghe le giudicò sul maturarsi; E posto il piè nel canapajo, andava Curvo cercando di carpirne alcuna: Se non che un rozzo villanel gli aperse Gli occhj, e guidollo a veder lume un cieco; Che in propria casa ognignorante è dotto. E non è bello quel tappeto verde Tessuto a foglie? Or sappi, che a ridurlo A questa sì pomposa appariscenza, Molta conviene oprar arte ed ingegno. Ma qui sediam, che l buon orezzo l chiede, Nel solitario stradellaccio angusto, A questo campo verdeggiante in faccia, E ciò che di più dir sovviemmi, ascolta. Finchè sta in suo covile il seme occulto Sazio già di letame e di travaglio, Guardi bene l cultor dal rostro adunco De domestici augelli a custodirlo, E degli altri animai dal duro piede. Razzolan troppo i primi, e gli altri al pasto Troppo son usi di granita biada, O di tenera erbetta allor nascente. Intanto, a vista, dopo brievi giorni, (E ancor pria se l terren dumido abbondi, E piovereccia sia laria, o nebbiosa) Sorger vedrai le pianticelle spesse, Giusta la man di chi buttò già l seme; E dopo le due foglie seminali, Altre dintorno alzarsi ne vedrai Al picciol stelo, che va pur sorgendo. Tutto è tenero ancora: e guai se un ugna Di quadrupede armento, dal custode Libero fatto, a calpestarlo arriva. Troncansi i bei germogli, o seppelliti Rimangon sì, che non più metton vetta, E l cultor spera invan la sua ricolta. Sorta così per quanto è lungo un dito Questa verzura amena, pargoletta, Non ti fidar, nè creder già che tutto Canape sia ciò che da terra sbocca. Fra le molli erbe ancora invidia regna. Col vegetar del canapino seme, Altri semi vorrian seco innalzarsi, E farsi utili al mondo, allor che sono Per natura atti solo al pasco, o al foco. Centinodia, gramigna, vetriuola, Mentastro, e cento e mille erbe selvagge, Che radon terra terra per natura, Vorrian su laltrui dorso alzarsi al cielo, E piucchaltri l vilucchio, che ben pare Debil e fiacco per sottil suo stelo: Questè, che con quel suo blando aggirarsi Vicino, e intorno a la bambina pianta, Macchina insidie, e affascinar la tenta. Dolcemente da prima ei sattorciglia Sul gambo al nostro arbusto, e par damore Il vincolo, e fu già dodio, o dinganno: Ma col crescer de lun, laltro crescendo, Talmente si rattornia e si rattorce, Che la misera canape ancor molle, E morbidetta, da quel nuovo peso Giù tratta, piega il tenero suo collo, E tutta si rattrappa e si deforma, Sicchè muor soffocata innanzi tempo, E nullaltro riman, charido tronco. Or tu, che questo popol di nimici Vedi ivi nato per tuo danno solo, Da valoroso rustico campione, Sterpar dovrailo tenerello ancora, Nè aspettar poi, che ti sovrasti adulto. Però un sarchiello a due taglienti penne, Dinegual latitudine ai due capi, Ben affilato, e maneggevol molto, Larme sarà miglior per la tua guerra. Con questasta ferrata e bitagliente Vanne per entro l campo, e nudo sia Il tuo piè, che l virgulto non offenda: Vanne, e col ferro a colpi lenti e corti De lorgogliosa erbetta il crin recidi, E se langusto campo tel consente, Penetra sino a la radice, e quante Selvagge ne vedrai, tutte ne sarchia: Poi lascia i tronchi avanzi, e i morti busti, Qual la cadmea già serpentina prole , Sparsi sul campo, e non curar di loro: Terra già furo, e terra torneranno. La del tuo sarchiellin penna più larga Sommova intorno al tuo diletto gambo Lindurito terren, finchè respiri, E al crescer de lo stelo apra la via. Dove folte vedrai le pianticelle, Se vuoi (comè di buon cultor costume) Che senza danno il ferro tuo sadopri, China te stesso, e con benigna mano Sterpa lerbe selvatiche, e ripurga Così la terra, sicchè tutta sia De la nascente canape in dominio, Nè con con altri a partir abbia il tuo frutto. Ti dorrà forse, che scrignuto e curvo Convienti lungo tempo errar pel campo? Ma in che vuoi tu incurvarti? In vegliar tutte Le intere notti a lume di lucerna Su i volumi dAtene, o pur di Coo? Te chiamò l cielo a coltivar la terra, E tu per questo sei al mondo nato: Però non ti doler: la buona voglia Fa lieve ogni fatica: altri con teco Verranno, che tu sol non basterai A terren vasto: ma quei che conduci Abbian piè nudo; e se pur donna alcuna Vorrai (che rara a questopra conviene) Fa che le gonnelline abbia succinte, E poco inverso l piè penda il grembiule. Dico le gonnelline: or pensa poi Se rustica venisse landrienne , E fosse uso di villa il guardinfante. O sì, che lancor tenera piantuccia, Da quel continuo flagellar di vesti, Strazio orrendo navria piucchè governo. Meglio, credimi pur, meglio è bandire Di qua tal sesso, che arrischiarlo al danno. Questa rassegna poi che avrai tu fatta, Cessa, e ad altro ti volgi per sol tanto, Che larbuscel via più crescendo avanzi, E di più foglie in pochi dì sammanti, Ma tenerelle foglie, e giù pendenti, Quasi appassite per rugiada molle, Come suol veltro per la caccia nato, Senza le forti fibre, che sostegno Facciangli, aver il muscoloso orecchio. Indi rivisitando la cultura, Vedrai, se derbe forestiere alcuna Radice abbia dalzar la cresta orgoglio, Nè temuto abbia il tuo sarchiar primiero, O sia l roncar, che il popolan qui dice. Se tutto di novella primavera, Ma di strane sembianze, e non amiche, Rifiorir vedi, e tu ripiglia l ferro, E a rinnovar comincia la battaglia Con maggior lena, sì che ne ripurghi Linfetto campo; ma ti guarda sempre Di non scalfir lanche immaturo tiglio: Nè una fiata sola in questo campo, Ma due, ma più, più volte a larme stesse Porrai la mano, ed allor più che nuovo Sia l canapajo, e a tal seme non uso. Tanto arroncherai tu, tanto farai, Che la superbia umiliata al fine Vedrai de lerbe, e più non nasceranno; O se qualche radice sì orgogliosa Sarà, che rialzar osi una fronda, Meschina languirà, nè più avrà forza; Che intanto il canapino arbusto adulto, Più timor non avrà del teso laccio, E riderà, comErcol de Pigmei. Grandicella così fatta la nostra Canape, il tuo sarchiar più non le giova. Lasciala pure che con la temperanza De le stagioni alzi se stessa fino A la statura sua, chè piucchè umana, Quando la terra diale lalimento, Giusta l governo che fin or cantai: O quando l flagellar dimpetuosa Grandine non labbatta, o la depredi, Dal che benigno sempre l ciel ti guardi; Grandicella così (torno a ridire) Fatta la tua piantuccia, e bambolina Non più, ma fanciulletta ardimentosa, Vedraila ad ogni vento andar piegando, E ogni dì nuovi metter ornamenti, Tanto che poi fatta più adulta, un giorno Verrà, che di pigmea sarà colosso. Dritto alzerassi, come canna, il fusto, Dangoli quadri, ottusi, e vuoto affatto, Nè avrà mai più dun gambo ogni radice: Che al ver già non attiensi, chi la crede Feconda sì, che dal suo imo fondo Più sorcoli tramandi, e simboschisca. Ben parrà che ciò sia per la soverchia Vicinanza talor de sorgoletti, Ma non sarà: sarà perchè un granello Di seme cadde a laltro in vicinanza, E però nacque ove cadeo per sorte, O la marra l gittò quando colpillo. Varrone, e l suo seguace Columella Vuol che un piè quadro di terren sia solo Da sei grani di canape investito; Ma la madre maestra esperienza Altri quattro naggiunge, e sen compiace, E forse più; che legge non può darsi A una libera man seminatrice. Altrove rada, altrove spessa nasce, Ma non così che folto macchion sembri, Dove pulita, e dove ramoruta; E quella che per lombra non arriva A la misura consueta, stassi, E così fa, qualunque sia, l suo frutto. Così crescendo, avanzeransi ancora I mesi, e da lApril verrassi a Luglio, Anzi al mese Sestile, e allor dirassi: Fin qua, e non più cresce la pianta verde, E mette allora la sua ferma vetta, Con tal pennacchio zazzeruto, e bello, Che tu stesso dirai: questo è l suo fine. Le foglie a guisa dunaperta mano Vedrai che cresceran merlate ed aspre, Nè sì frequenti, ma di tratto in tratto, E per quanta è una spanna, almen discoste: Ma piucchè salza il fusto, allor più belle, Più fresche, e di color tra verde e bruno. Così ancor verderognola è la scorza, Che in fila divisibili si stende Giù da la vetta fino a limo piede. E lodor nauseoso, anzi che grave, Come di cosa che addormenta e alloppia: Legnosa è la radice, e poche ha barbe: Bianca, e di fibre contornata e cinta. Questo è il ritratto chio so farti; aspetta Che sinnalzi al suo fin la pianticella, E allor vedrai se buon pittore io sono; Anzi buon notomista al par del grande Marcello, onor de bolognesi studj, Che un dì sì ben notomizzò le piante. Ma pittura peggior talvolta farti Potrei, qualora il cielo in questi giorni, Sotto gli occhj del sol chiaro e lucente, Nimico si dimostra al verde orgoglio De linnocente pianticella, e manda Tal velenosa adusta pioggia in giuso, Che naduggia la vetta, e le sue chiome Annerisce, e contamina ad un tratto; Onde l tiglio già verde, e la cannuccia, In quella parte che più al ciel fa mostra, Trista diventa per quel rio melume, E mezza quasi par tra viva e morta. O misero cultor, che ne dirai? Tu, che aspettavi l maturar vicino, Ne vedi, e palpi linsanabil morbo! Cresca pur, cresca la tua verde pianta, (Se crescer può chi di veleno è tocco) Che dimezzato il frutto alfin navrai, Se pur tal merce alcun sia che mai cerchi, E piuttosto non stia chiusa e negletta Nel tuo fondaco, e alfin poi ti riduca In duri spaghi a convertirla, o in funi, Pel nero tiglio che la copre in vetta. Ma lungi omai glinfausti vaticinj. Tu guarda se sia l tiglio ben maturo, E non più cresca, e non più forza acquisti, E ti prepara a la vicina messe. Vanne al tuo tetto allegramente, e chiama La famigliola tua come a consiglio. La numera, se basta a tutta lopra, Giusta del canapajo la misura. Non curar fanciulletti, e se vha alcuna Donna, cui l ventre per pregnezza esuberi, Non la contar, perchè non vale a luopo, O se val, può valer con suo periglio, E il pentirsi da sezzo nulla giova. Del resto, e giovinette e garzoncelli, Quanti nhai, tutti invita, e le taglienti Falci prepara, già riposte un anno. Lauta cena imbandisci, e sia più carco Il desco, e se mai puoi, lelena sia Il raviuol, cibo festivo, usato Allora sol, che lieto si convive. Ciascuno i sonni suoi dorma contento, E aspetti l dì che a faticar lo chiami Sul pizzicar de lalba messaggiera: E chi del gallo il canto è a sentir primo, Svegli l compagno, e si rialzi a un punto. Or se cerchi saper quando maturo De la canape sia larbusto e l tiglio, Per così metter mano ai ferri tuoi In tempo fruttuoso ed opportuno, Senti ciò che per via desperienza Insegnò la natura al vil bifolco, E impara come anche ne rozzi petti Quel saper regna, che sovente alberga A forza di sudor nei saggi padri Che incanutir nel Peripato, e furo Discordi sempre, e in gran battaglia misti, Sebben maestri di color che sanno: E apprendi a venerar le carte antiche, Da cui, sottombra di mentiti Numi, E di sognate favole, fu data A luom per ben saper arte, e dottrina. Un vero adunque testimon se vuoi De laspettata maturezza, volgi Gli occhj a la pianta fin da limo al sommo: Se dauree macchie le vedrai la scorza Vergata, come salamandra il ventre, Segno è, che l vital sugo allor da lima Radice va mancando, e più non nutre, Come chi nvecchia, che sebben è in vita, Pur è una vita, che a morir comincia, E per questa atterrar basta ogni vento, Se le rughe senili an fede al mondo. Ma da ciò sol non rimarrai securo: Nuovo e più chiaro testimon navrai Di maturezza in questa gentil pianta, Se scotendone alcuna, un polverìo Alzarsi vedrai fuor di quella vetta, Che per qualche momento intorno annebbi, E ti sforzi a tener socchiusi gli occhj; Nè in van già dissi che ne scuoti alcuna; Che polverose non son tutte al pari. La sola segaligna femminella, Presta a perder il verde, e a macularsi, Sterile a semenzir sempre la vidi; Bensì a la vetta è cappelluta alquanto, E doviziosa di fronzuto fiocco, Ma tesoriera di semente alcuna Non fu giammai: la femmina di fiori, Piucchè di frutti è vaga, e ne va adorna. Se vuoi vederli, piegale la fronte, E certi fiorellini a lei vedrai Far cerchio di color giallicci alquanto, E fra più stami, come di fettucce Involti, uscir di mezzo a un calicetto Di foglie in guisa di crinita stella. Poi che più soli an questa chioma aperta, Il fior si slega, e maturando ognora, Granisce, e si sfarina inaridito Tanto, che l venticel con lagitarlo, O la man con lo scuoterlo, ne spande Quella polve, fra se quasi dicendo: Nulla ho più che aspettar: matura io sono. O polve, o polve! quando in aria talzi Pel vicinato, vuoi pur dir gran cose, Se non mature, a maturar vicine! Non creder però già, che inutil sia Quel sorvolar datomi sì minuti: Amor è quel chogni granel ne porta, E l porta a rinvergar ne la vicina Pianta maschile il fruttuoso seme, E linnamora, e lo riscalda, e l move, E di novella attività l riempie, E con quel sal volatile laccende, Linzolfa, linformicola, limpingua, Sicchè poi atto a ben fruttar diventi Quando l seminator lo butta, e copre Nel nuzial suo talamo impinguato. Stassene il maschio canape più ritto, Più verde, più ramoso, e come toro Ne la sua mandra imperatore e duce. Questo maturo non può dirsi ancora, Perchè molta abbondando il lui sostanza, Ceder non può sì di leggieri a Febo, Che lo flagella co suoi rai cocenti: Ma poco andrà, che lo vedrem languente. Lultimo alfin segno verace e fido, Con cui par che natura si trastulli, E giuochi come fa, pascendo ogni ora Con nuovi parti glintelletti umani, Sarà quando vedrai che lascia il nido Il canapino beccafico, dopo Allevata di figli una nidiata Atta a volar, non che a mover le gorghe, E a canticchiar nel mezzo a quegli arbusti, Chora usignuol, or capinero il credi, Or cannerino, o augello altro soave. Quando adunque sarà, che i primi figli Non più nidiaci, ma sien franchi al volo, La canape, dì pur, matura è anchessa. Natura gran maestra, un tale istinto Diè a questaugel divi nidificarsi In tempo, che nessun turbi l suo parto, Con sicurezza tal, di veder prima Pennuti i figli, che villano ferro Tronchi gli arbusti dovè l picciol nido. Ma natura non fu semplice, e bassa: Da più alto principio origin ebbe, E con più alto, incognito mistero, Uscì di là, dovuom giugner non vale. Questa, non so ben dir, se industria, o cura, Giova qui rammentar caso funesto, Atto a scoprir ciò che da pria si fosse La pianta chè de versi miei soggetto, E laugellin che dentro vi simbosca. Donne, tenete il pianto, e non vi dolga Sentir la deplorabile avventura, A cui la sconsigliata libertade Trasse una ninfa de gli antichi tempi: Anzi da voi con ciò le figlie vostre A ben guardare e a custodir simpari, Per non pentirvi poi fuor di stagione. Vergini Muse, voi, che de largive Memorie in mente ogni volume avete; Ditemi voi di questo augel canoro, E de la sua filaginosa madre, Che a lui fa nido, la fatale istoria. Fu già (se l greco relator non mente) Fu già in Atene una leggiadra schiera Di verginelle, ad offerir canestre Di spiche piene, e di mature frutta Nei dì solenni a la Cecropia Dea, (Panatenei già colà detti) elette, Onde perciò Canefore appellarsi. Una desse, (meschina!) e fu Canopia, (Di Lamio figlia, Eponimo in Atene) Sopra quante donzelle Atene avea, La più onesta e leggiadra, e la più bella, Non nel bel volto sol, non ne begli occhj, Ma ne la chioma doro, che facea, Non che le stelle, il sol parer men belli, Allor che sciolta per leburneo collo, E per gli omeri, e l candido alabastro De lacerbetto sen, laure battea. Vaga doffrire un dì frutta più rare, E più mature spiche a la sua Dea, E sopra ogni altra ninfa aver ghirlanda, Fuori dAtene, sconsigliata, e sola, Di bel mattin, ne la stagion più calda, Succinta uscì, di campo in campo tratta Dal superbo desir che linvasava: (Vano desire, che la fe men saggia, Quantera più de laltre onesta e bella) Tal che senza por mente al suo periglio, Tutta a raccoglier frutta e spiche intenta, Allontanossi, o lusingossi almeno Dallontanarsi da ogni vista umana. Quando (ahi meschina! E che ti dice il core?) Quando un pastore, anzi un ladron selvaggio Sotto mentite spoglie di pastore, Importuno, sacrilego, lascivo, Con tutta in se di traditor limmago, Benchè damor con la follia dipinta, Fuor dun agguato, tutto a limprovviso Sboccando, ardito la donzella assalse Che a tuttaltro l pensier tenea rivolto; Nè lassalì per spaventarla solo, Ma volle ancor, per saziarsi appieno, In conpagnia de lo spavento il danno. Giovinetta, donzella, inerme e sola, In solinghe contrade, in man dun mostro, Colta sì dimprovviso, e che far puote? Ahi, che lassalto dogni senso, e dogni Spirto privolla, nè l gridar le valse, Nè l pregar, nè la forza giovenile, Nè l correr disperata a braccia aperte. Ei la raggiunse, ed arrestolla a un punto, E de le sciolte chiome un fastel fatto, E annodato a la man barbara e cruda, (Che ben far lo poteo, tanto eran sciolte) La trasse a piè ritroso ove più volle In folto, ombroso loco, e semiviva, Ed ahi, sdrajolla al suo voler supina, Esca del suo desir furente e vile; Poi lasciolla satollo, e sen fuggìo, Seco portando il suo brutal trionfo, E in mar dangosce lei lasciando immersa Senza quel fior che in donna ogni altro avanza Di candidezza, di beltà, e di pregio. Infelice Canopia, e come l passo Al tempio de la Dea rivolgerai, Carca dun frutto così amaro e greve, In cui colpa non have altri, che l caso? Raminga allora, vergognosa e afflitta, Errando andò per campi e per foreste, Del suo dolore e de la sua sfortuna Seco portando il testimonio occulto, Che ognor crescendo, ognor si discopria, Fin che la prole già matura fatta, Dopo l lungo girar di nove lune, Del grembo uscì con dolor doppio, e madre La feo, chera da pria vergin sì pura. In quel momento, al ciel rivolta, ed a la Dea sua tutrice: ah, disse: adunque vivo Il rimprovero ognor vedrommi innanzi Del lungo abbrobrio mio, de la mia pena? Deh, se pietà di me ti move alcuna, Tu, che di Giove sei figlia, e dal padre La forza avesti doprar quante vuoi Stupende, e non più intese meraviglie, Fa chio non soffra, più vivendo, eterno Quel disonore in cui mal cauta io caddi, E che a me più di morte è duro ed aspro; E fa, che meco la mia prole ancora, Benchè del disonor, non de la colpa Misera erede, e non punibil mai, Si disperda, sannulli, e si dilegui. Dafne era pur ninfa fuggiasca anchessa, E dApollo al furor Giove la tolse: Tolse Siringa ancor da Pan lascivo, E Driope, e Loto, ed Oritia la bella, Cangiando in meglio il lor destin perverso: E Canopia sarà sola infelice, Che viva sempre col suo obbrobrio in faccia, Senza impetrar de lerror suo pietate? In così dir (poiché di rado sono Sordi i Numi al pregar di noi mortali) In così dir, si vide il pargoletto, Che al sen tenea, rimpicciolirsi a un tratto Mettendo piume verdibrune e miste. Le braccia in ali, e l labbro in sottil rostro Cangiarsi, e un augellin tutto comporsi, Che la lingua sciogliendo in dolci canti, Lamentevoli sì, ma pur soavi Rapido saltellava, e sen fuggia, Rapido ritornava sorvolando, Rapido saggirava, ed incostante Ritornava a la madre, nè sapea Dove tornar, dove fuggir cantando, Se a lei sul crin, sugli omeri, o sul seno, O sul materno braccio non posava, Senza saper qual sien le poppe, o l grembo, Nè qual la bocca dai soavi baci, Che nulla più de la primiera immago Vedea, nè di sua madre ombra apparia: Poiché Canopia in quel medesmo punto, Da un obblio di se stessa sopraffatta, Sentissi il piè fatto radice, e tutto Vide (se a veder più valeano gli occhj) Assottigliarsi il corpo in verde canna, Le mani in foglie, e l crin converso in tiglio; Nè più aver fronte, ma un cespuglio misto Di frondi minutissime, e di fiori Verdastri, e dun odor grave e sonnifero Spargersi tutta, e così viva starsi In arborea sembianza, e sentir spesso Vicino il figlio garrulo, e canoro Farsi suo nido ovessa pria gliel fece, Essa canape fatta, ei canneruolo; Essa del figlio consolando i lai, Esso a la madre rammentando il fallo, Che in sì varia natura trasformolli, Fin che la falce a lei tronchi le piante, E metta in fuga lui dal grembo amato, Che al caldo Austro a narrar voli i suoi casi. |