![]() IL CANAPAJODI
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Dopo
la terza rugiadosa aurora Del lieto mese, cui diè nome Augusto, Rinasce il dì de laspettata tanto Campal battaglia, che col nudo ferro Il canapino esercito distrugge, Atterra e spianta, e de recisi tronchi Tutta la già verde pianura ingombra. Dopo la terza rugiadosa aurora Che i campi umetta, ed ogni piaga allegra Con quel suo nutritivo aereo latte, Tu, che sei reggitor de la famiglia, E del tetto e de campi eguale hai cura, Esci pur di buonora, e teco tutta La domestica tua brigata vegna, Di falci armata a cominciar la guerra. Tu, che sei duce, tu fia l primo a porre La falce al piè del primo arbusto, e gli altri In ordinanza tal ti sieguan presto, Che a tutti ove suo ferro usar rimagna. E uno, e due, e quanti afferrar puoi Col pugno, e sottometter al tuo braccio, Recidi pur fin dal più basso piede, E quanto puoi, vicino a la radice; E sappi, che la canape nel piede, Piucchè altrove del corpo, have il suo pondo. Non lellar già, nè tappilotta punto, Ma curvo giù ti piega quanto sei, E quanto puoi, sempre tagliando in giuso I giallicci virgulti, e insiem maturi: Che i verdi per ancora alquanti giorni, Come maschj, an di vita il privilegio, Se privilegio si può dir la strage Veder su gli occhj de fratelli suoi, Nè poter lira poi sfuggir medesma. Chino tanto però non ti voglio, Che in su non alzi qualche volta l ciglio, E non adocchj qual virgulto porti Il cimier verde, e sia carco di seme. Tal passaporto ha questo, e tal patente, Che dei fargli un inchino, e a mani basse Oltrepassarlo: egli è siccome appunto La fortunata candida cervetta Di Cesar già, cui stava al collo scritto: Di Cesare son io: nessun mi tocchi. Ma verrà ben, tempo verrà, che in tutto, La livrea rispettabile deposta, Cadrà del ferro tuo sotto l macello. Pien che di questi tronchi l fianco avrai, Piegali in terra su lo stesso campo, Che tavrai fatto raso: ivi deponli A bracciata a bracciata, e ben distinti, Luno vicin, ma non a laltro appresso, Con la vetta visibile al difuori, Sicchè componga una catasta, a fascio A fascio incrocicchiata ivi giacente, Come la greggia appunto, che cammina Divisa in turma, e nulla si confonde; Onde metter in greggia, i nostri padri Dissero, e l dice ancor letà corrente. Per quanto puoi, far dei che non sien grosse Queste bracciate, perché il sol da lalto Possa (in tre giorni almen) quando è cocente, Inaridirle tutte al pari: e questo Più facil ti sarà, se tratto tratto, Ogni mattina, ciò che a terra guarda, Farai con le tue man che guardi l sole. Faccia lopra medesma ogni compagno, Che già invitasti alla guerriera impresa, E sul tuo campo stesso saffatica. Piuccaltro, cerca challegria mantegna Vivace ogni operajo, e canti e rida, Perchè così più dolce gli riesca Lopra, nè il longo dì noja gli apporti. Così anche là fra le guerriere squadre Di Cesare si suona a la battaglia, Co timballi, co pifferi, e uboè, Per allettar gli spirti al gran cimento. Abbattuta così, così prostesa In terra la tua canape del tutto, E dal cocente sole arida fatta, Nuovo lavoro a ripigliar taccingi. Dove già cominciasti l primo taglio, Ivi ti porta, e così ogni altro al suo Posto primier de la primaria fila. Ivi rialza pur da terra i fasci Lun dopo laltro, e in rialzarli, scuoti La vetta lor, sicchè laride frasche Spogli, e non abbia più capellatura. Poi dritto in piedi ogni tuo fascio pianta, Che lun dappoggio a laltro serva, e in tanto Fanne tu pira in quel medesmo campo, In vetta aguzza, come ne lEgitto Le piramidi già soleano alzarsi. Non più che sei bracciate alzinsi in ogni Pira, e queste a la cima, ed a lintorno Tutte in un corpo ben legar tu dei Con alcun canapin sottile arbusto De più tenaci, sì che non si franga; Onde limpeto alzandosi del vento, Non atterri la guglia, o pur se pioggia Cada, l midollo intorno non penetri, Ma giusta l declinar de le scoperte Verghe, giù corra presto, e col fermarsi, Non tinga a nero la corteccia verde. Il campo è raso, e chi sta in piedi ancora Può ben goder de la ruina altrui Per qualche dì, ma non per lungo tempo. La vita il fine, e l dì loda la sera; Nè tardo è mai quel male che sattende; Sebben lontan piucchè lultima Tule, Ogni vento lo porta, e pare apposta Nato, sebben fossanche un zeffiretto: Che il tempo è galantuomo a chi laspetta. Vicina è già lora opportuna, e presto Cadranno i sì orgogliosi canavacci: Verrà, verrà lora prescritta, e anchessi, Dopo che avranno a lautunnal verdone Col seme lor buon pascolo imbandito, Cadran recisi pel medesmo ferro. Così in piè ritti i padiglioni tutti, O se l vuoi dir, le accatastate pire, Pensi l rettor del rustico squadrone Al bottin de le spoglie, onde vestiti I cadaveri son de tronchi arbusti. Porti ogni squadra i fasci suoi nel campo Nuovamente, e gli appoggi a cavalcioni, O duna scala, o dun bancon, che quattro Abbia piedi, e bicorni abbia i due capi. Posi l pedale dogni fascio in terra, E la vetta alta sia, comoda, e pronta A la man di chi stassi ivi a capparlo Così piegato pel più sottil verso, Come fa chi scorrendo per la vigna Va i granelli migliori piluccando Del già maturo grappolo pendente. Questo è l tempo che l buon cultor distingua, E scevri i brievi dai più lunghi arbusti, Per la vetta ciascuno a se traendo, (Perchè non tutte ad unegual misura Suol natura produr lerbe e le piante) Così le brievi con le brievi accoppia, E le più alte con le gigantesche, Tra l più e tra l men, con le sue man marita, E tutte dal vilucchio ripurgando, O da qualunque forestier viluppo Charido intorno intorno sattortigli, Componendo ne va manate piene, Quanto con una man può brancicarne Unite, e strette a luno, e a laltro estremo, Con uno stelo de la stirpe stessa, Che canavella in nostra lingua è detto. Così facendo il buon cultore esperto Ben ravvisa, distingue, e in un ributta Gli arbusti, che, meschini, in piè moriro, O per natura inferma, o per mancanza Dumore, o per qualunque altro difetto, Pria che la falce al piè gli minacciasse. Questi, al color diverso, abbruciaticcio, E nulla verde, anzi tirante al nero, Anno il lor vitupero in fronte scritto, Come in fronte ai Giudei lira di Dio. E pur vagliono anchessi, e pur corrotti Dal macerar, son di filaccia pieni, E a qualche uso ben sa larte adattarli. Sovviemmi, (nè gran tempo è) chio mi vidi Pallido, e tinto del color di morte, Quando importuno ardor febril massalse, E per più giorni inaridì mia vena. Io, fra me dissi allor, sono una pianta, Cui manca, o troppo abbonda il vital suco, E però fuora dequilibrio stando In me ciò che componmi, io già maccosto A non poter regger mia vita in fiore, E già la Parca sta col ferro in mano Per recider la misera orditura: E pur pocanzi fui del numer uno, Comera questo popol canapino, A ordir più fila, e a tesser tele eletto Là dove le Pierie inclite suore Stanno al lavoro, e a le bellopre intente. Or a luso primier più non sentendo Atta la mia sostanza, inutil stommi, Giacente in mezzo a tormentose piume, O su piedi non miei, languido e tristo, Ma non inutil già, sebben mal vivo. In tanta angoscia, e in sì misero stato, Elessi il ben de la più cheta vita, Soli, per mio ristoro, usando gli occhj, E con la mente seco meditando Le meraviglie che produr può larte Su i muri, su le tele, e sopra i fogli, Che in un volume ho qui, quai rare gemme, A mio ristoro, e de la Patria a onore, E per memoria a lavvenir, raccolti. Benedetta la man, che guidò i segni Del ferro, e benedetti chi li tinse; E fu la tua (centese Apelle) a cui Se un occhio torto fabbricò natura, Retto però costrusse lintelletto. Quali cose tralascio, e quai ridico, Da dotta man su queste carte incise? Carte non son già queste, che avvivasti, Ma dive dal ciel scese in terra, e Divi; Chio veggio i moti, ed odo le favelle. O carte degne desser chiuse in cedro, E doro, e dostro, e non di minio adorne, Piucchè già quelle di colui che larte, Ed il rimedio cinsegnò damore: Carte di chiaro nome, e dalte idee Vivaci scaturigini, e di studj, Che l gran figlio di Cento eterno fate: Nere tal volta sì, ma che in quel nero Il ver fate più vero e rilucente, Segnando, qual carattere, o sigillo, La macchia del pittor celebre tanto. Io così per trastullo, e per quellozio Fuggir, che a gli egri è sì penoso, e grave, Volgea tai carte, ed util facea l tempo, Come util vien la canape già infetta A qualchopra, sebben non signorile. Quando l vigor di pria, chera smarrito, Alfin poi rivestimmi, ed io risorsi, Grazie, Odoardo, a te, che con quellarte, La qual sa torre a morte i corpi frali, Me drizzando con lopra, e col consiglio, (Del mio malor troncata la radice) A più matura vita riserbasti. Perdona sio di te canto in un rozzo Stile, e in opra di rustico argomento: Divina è larte, in cui maestro sei, E lingua piucchè umana a te conviensi, Non la mia, chè mortale, e al fin saccosta: Però serbala pur: se vuoi, che l puoi, Serbala, e in altro stil più sciolto ed alto, Una volta dirò, che un angiol, credo, Medico per me fatto, è sceso in terra. Ma ritornando a la smarrita via: A questa mercenaria opra despurgo, O di cappar la canape, è antico uso Di convocar donne operaie, e serve, Più sollecite assai, non che più attente Ne lo star ivi ritte a la fatica Per tutto un dì, tirando a se le vette, E componendo i fasci e le manate. Un certo amore è quello che le inclina, Che nasce là da la conocchia, a cui Fur destinate fin dal nascimento. Perciò le vedi, che tornando a sera Al lor, quantunque misero abituro, Oltre l denar diurno, o sia per uso, O per misuso, un fascio ancora, o due Portansi seco del lavor già fatto, E l villan, che al suo simile saccorda, (Soffralo in pace il suo padron, cui tolta E per metà questa mercè) nol vieta; Anzi l consente; e quindi è poi, che tante Femminelle veggiam di picciol foco, Abbondar di garzuolo, e di filato, Non che di stecchi, ed aver sempre al fianco La sua fedel conocchia col pennecchio, Tra per mercede, e tra per gherminella. Ma pria vedransi lacque andar ritrose Da la foce a la fonte, e il sol fermarsi Nel suo diurno, ed immutabil corso, Che mutarsi a questorgano il registro. Scelta così, così purgata tutta La canape già tronca, e in un legata A fascio a fascio, abbiasi pronto allora Falcion tagliente, che su duro tronco, O su la panca, ove cappasti i fasci, Dun colpo sol le barbe ne recida, Come inutili tutte, e in un miscuglio Rimangon su quel campo, che le accoglie, Come pattume, a far cenere, o fime; E poi che tronche sien codeste vette, Tempè di ricomporre il lavorìo Per cominciar latteso frutto a trarne. Quelle manate, che finora in pugno Strigner potevi, tempo è dimpinguarle, Sicchè di trenta al più legate, e strette Se ne componga un ben polputo fascio, Con arte tal, che le manate corte Sinventrin dentro, e fuor rimangan sole Le più eminenti, e facciasi eguaglianza, La qual, perché non si disciolga, ai capi Cinger forte convien di vinci, o rovi, Che vagliano a durar tenacemente Per tutto l tempo, che in maceratojo, Quai malfattori, rimarran sepolti. Se vorrai, fanne pur novella pira, Ma al piè sia cinta da le tronche vette, O dal pattume derelitto, in modo Che, se pioggia dal ciel cade, non bagni, E non inzuppi dacqua, o pur di loto Il pedal, dove il tiglio è più robusto. Io non so dir qual lallegrezza sia Allor de gli operaj, qual sia la festa, In veder sì vicina al fin ridotta La tanto lunga travagliosa tela, Fuor di timor, che la flagelli l cielo, Che l vento la sconvolga, o chaltro danno, Di tanti che nabbonda nostra terra, A lei, per noi pur gastigar, succeda. Tempo è allor di tripudio, e se al banchetto Siede il prode cultor con gli operaj, Se lerbolattea torta si divide, E se si cionca con al collo il fiasco, Ben è ragion. Anchio verrò, chè giusto Qualche soave al faticar ristauro. Or che più resta a dir? Ancor rimane Da desolar de canavacci l campo. Questo maschio virgulto ingigantito E dedicato al tepido Settembre, Quando già tiene il sol la Libra in mano. Allor taglialo pur, chè già maturo, E per lui giunta è ormai lora di morte, Che già con quel suo sì bizzarro orgoglio, Per se non la credea sì da vicino. Ma non lo scuoter, anzi serba illesa, Ogni sua vetta, ed ogni ramuscello, Troncandoli così, che decollato E senza capo il busto ne rimanga. Questo, asciutto che sia, ben ponlo in fasci, E dopo macerati i primi arbusti, Al destin serbal del maceratojo. Il seme poi ne le sue frondi ancora, Ponlo in massa così, che già si sgusci, E a forza di percosse, un coreggiato Batta, e l ribatta sì, che fuor ne sbalzi Da la già secca lolla, overa chiuso, A rinovar la sua progenie antica, Serbandol fino a lopportuno tempo, Quando la Primavera ogni animale, Ogni pianta, ogni fior scalda, e innamora. Ma lestremo pensier de canavacci Non vo che la merenda mi ghermisca. Al desco adunque, al desco, anzi a lerbosa Mensa, chè a piè dun olmo apparecchiata, Ciascun maspetti, chesser io vo l primo, Con la mia fida Albatica per mano. Ma che non può la fame? In fin chio detto De canavacci, e del lor uso, ognuno Sè assiso già, già le vivande ha in pezzi Divise da trinciante, e trangugiate. Dammi quel cacio qui, golosa Menica, Chio nassaggi un tantin, sicchè mattizzi La sete nel palato, e possa dopo E una, e due, e tre ciottole ingozzarmi. Tanto basta, e non più: e come punge La lingua! o sì chavrà sapore il vino! Colmami pur la tazza: versa, versa, E bagnami la man, che non è danno: Goda la cute ancor del mio ristauro. In sanità vo ber del padre mio, Che ben sel merta il venerando vecchio. Su dunque: a te con questo vin che morde Lugola, e in un balen sdrucciola al core, A te salute, a letà tua concorde, Io priego, o sempre amato genitore. Tu minvitasti al suon de le tue corde, Chio canticchiassi, ed io seguii l tenore: Ora fa, che negli anni anco timiti, E tardi col becchino a trovar liti. |