![]() IL CANAPAJODI
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Lungi
chi le narici ha dilicate, Lungi di qua: questo mio Canto è tutto Puzzo, e lordura stomacosa, e grave, Che non da tutti di leggier si soffre. Ma qui, se tu nol sai, qui in questo lezzo, Di natura in natura trasmigrando, Comincia la corteccia ad esser filo, Nè senza questa asfaltide novella, Potrai ritrar da tua fatica frutto: Qua convien navigar, qua trovi l porto. Aridi e stretti i fasci tuoi riposti Dove più giovi a conservarli illesi, Ed anche in pira in mezzo del tuo campo, Pensa, o cultore, a provveder per tempo Dottimo, e di vicin maceratojo, Da cui (se ben considerar tu l voglia) Tutto l tuo ben, tutto l tuo mal dipende. Tutti non ponno al Cimin monte presso, Colà dove Viterbo alza sue mura, Spianar un lago: ivi natura aprillo, E non già larte: ivi quel zolfo occulto, Che per le vene serpe de la terra Tanto riscalda lo stagnante umore, Quanto vale in Leone il sol cocente, E tal mantienlo anche la fredda notte; Il che Febo non fa, da noi partendo. Tu, che ti stai lontan da questa cava, Perchè fu avversa a tuoi desir natura, Da larte hai da cercar ciò che ti manca, E manca a quel terren che ti circonda. Cavar tu dei questa giovevol fossa Con le tue man, nè pel sudor stancarti, Che a suo tempo navrai mercè opportuna, E l tuo sparso sudor benedirai. Poi che una volta questo pelaghetto Tapristi, ne godrai tu stesso l frutto, E lo godranno i figli ed i nipoti, Pur che illeso, e usual serbar tel sappi, Nè arena, od erba tel riempia, o ingombri. Chi fu inventor di queste cave bolge Acqua cercò stagnante, e non corrente, Perchè di sali e zolfi più abbondano, Giugne presto a infrollar ciò che di crudo In se ritien, purchè sia forestiero, Nè di sue paludose acque abitante. E pur lacqua corrente (e chi nol vede?) Essendo viva, potria far gran cose. Potrialo, è ver: e ogni ragione il mostra; Ma ragione altresì non vuol che in essa Canape a macerar nessun sarrischj. Troppo è l periglio dimprovvisa piena, Che, qual ladrone insidioso e presto, Rapisca il tuo deposito, e là dove Giugner non possa tu col piè, l trasporti. Chi non sarresteria? non è sicuro, Nè fiume alcun, nè alcun torrente mai, Chacqua montana, o liquefatta neve Improvvisa non giunga, e fuor de luso, Lintumidisca sì, sì l corso accresca, Che gli argini e i ripari, e in collo prenda, E piante e mandre e le palificate, E i sassi stessi, non che lieve cosa, Quantè livi sepolto tuo tesoro, Leggier qual canna, e mobile a ogni vento. Larena poi, che de correnti fiumi Fu sempre indivisibile compagna, Roderia troppo la gentil corteccia De la giacente canape, e quantunque Il tiglio di candor tal si vestisse, Che a largento, ed al latte onta facesse, Pur saria lieve al peso, e molle e floscia, Nè il suo candor varria per darle pregio: Sicchè ad acqua corrente ed arenosa Non volerti affidar: che se altro poi Non hai dove tuffar questa tua messe, Ed arrischiarti a forza ti convegna; Altro far non potrai, che trovar via Di raffrenar con larte a lacque vive Il natural precipitoso corso; E far che sien, quanto più puoi, stagnanti, O lente almeno, o non soffreghin tanto Il sottoposto macerabil tiglio. E se pur ciò non puoi, consiglio muta, E trova unaltra fossa, e sì profonda, A qualche fiume quanto puoi vicina, Che beva lacque sue per cateratta, O per sorgiva almen, saltro non hai. O qui sì, tienti pur con sicurezza, E lascia che l vicin scalpor ne faccia, Che lacqua e l sito e tutto gioveratti. Vedi qui Cento, e la vicina pieve, Quanti abbia presso l Ren maceratoj Tutti arsenali de la lor fortuna? Il Ren, che col suo letto a le vicine Campagne, e terre (ahi troppo ancor) sovrasta, Per quellinterne sue vene sepolte Lacqua tramanda pura e bella, senza Arena, e senza impeto alcun di corso, Sicchè ferma a livel del vicin fiume, Dura stagnante, e par nata a questuopo: Se non che suol talvolta, in fitta state, Lacqua mancar ne fiumi anche più vasti, Non che negli assetati ruscelletti, Ondavvien cha piè asciutti alcun si varchi. La sorgente allor povera non puote Dar quanto basti a macerare il tiglio; E però visti ho più duna fiata Con le man ne capei lagricoltore Lagnarsi, e non vedere a qual partito, In penuria sì misera appigliarsi. Se al mio consiglio vorrai dare orecchio, A luna de le due fa che sii pronto, Che del sicuro ne trarrai buon frutto, O aspetterai, che a luna settembrina Argo discenda, e laria si conturbi, Sicchè l ciel nebuloso ti prometta Pioggie quante bastar potranno a luopo Dalzar il fiume, e accrescer la sorgente; O pur del tuo maceratojo in mezzo Un picciol pozzo scaverai, per quanto Laltezza sia de la statura umana, E vedrai, che da limo immantinente Salzerà lacqua, e tempierà la vasca Con abbondanza, e quanto vuoi ne avrai. Che sebben lacqua rinovar non puossi, Sebben non corre, e putrida diventa, E sannerisce, e crassa ha la sostanza, Pur si può dire un dissolvente eletto, (Che menstruo appella il chimico sudante) Questa a squagliar filaginosa messe. Tocca al bravo cultor da la corrotta Putredine purgarne i fasci, allora Che fuor li trae per rilavarli, molto Le manate battendo, e ribattendo In quello stesso putridume, in cui Regna ancora virtù di far che giunga Al candor disiato limmaturo Filo nascosto ne la verde scorza. E in ver chiunque in tai maceratoj Può luso aver di vera acqua sorgente, Vedrà ad un tratto di pastoso tiglio Fiorir quante manate ivi porransi: E credil pur, che a vanvera nol dico. Aperto un tal sepolcro, e di tantacqua Ricolmo sì, che da se stesso vaglia De tuoi fasci a coprir tutta la mole, Fa che di tratto in tratto, ivi piantate Nel lezzo sien varie, dirò, colonne, In linea retta, e in pari ordin disposte, Siccome ne le stalle ognor si vede, Ove tra legno e legno il caval stassi. Tra queste è il loco, ove ripor giù stesi, Come prigioni, i fasci tu dovrai, Lun presso a laltro, e sovrapposti ancora, Giusta l profondo sito, e giusta lacqua, Che vaglia a ricoprir quanto riponi. Ma perchè fitti stian i fasci immoti, Nè (perhè legno son) galleggi alcuno, Duopè aggravarli dalcun peso, ondabbia Modo ciascuno divi immobil starsi; E intanto macerar le tue corteccie, Senza che vento le dibatta, o tragga Da un lato a laltro, e si sfilacci l tiglio. Or questo peso è ciò, da cui dipende Del tuo felice macerar gran parte. Dirò luso miglior, pria chaltro dica, E gli occhj stessi me ne fur maestri. Quando di legno sien le tue colonne Fitte là giuso, fa che pur di legno Sien le catene ancora onde si stringa La canape nel suo carcer fetente: Più stanghe avrai, che da lun palo a laltro Stese, e confitte da più dun caviglio, Calchino i fasci, e ne impediscan loro Lalzarsi, e l galleggiare a fior de lacque. Che faran mai questi novelli ceppi, Che far nol possa altro strumento ancora? Fan che lacqua più pura in se rimagna, Sebben putrida, nera, e puzzolente, Ma non però mista di loto, o arena: Il che assai giova a tener mondo il tiglio, Che allora allora vassi macerando. E lo san dire i mercadanti al solo Vederla sì pulita, e sì purgata: Questa al sicuro è macerata a stanghe; Questa è candida sì, che non ha prezzo. Ed o felici quei, cui non è grave Tal peso, e doppio il frutto a tempo nanno. Bologna, tu sei tal: tu a gli edifizj Nobili sempre, e maestosi pensi, Nè sai far cosa, che in onor ben grande, Ed in utile ancor non ti ridondi. Che se le stanghe alcun non prezza, ha forse I vivi sassi pronti, onde acciaccarne I fasci, e giù tenerli in acqua fitti. Ma non ponno produr tutte le terre Tutte le cose dunegual misura; Tutti non an lerta vicina, e tutti Presso non stanno ad un pietroso fiume, Che sassi giù per la corrente meni. E chi tal sorte ebbe dal cielo in dono, Ben può dirsi felice: egli ne aduna Tal massa al labbro del maceratojo, Che pronti gli ha qualor tuffa ne lacque La canape ancor cruda, e di macigni Coprendola, a star giù costrigne i fasci Quanto basta coperti, e al tutto immersi. Ma non agevol cosa è collocarli Que sassi in tal giusto equilibrio fermo, Che giù per sorte alcun non ne trabocchi, E rimanga così scoperto e nudo Il fascio a laria esposto, e al sol cocente, Sicchè la scorza immacerata induri. Però tadatta al comun uso nostro, Che veggio universal fattosi in oggi. Terra non manca ovunque tu taggiri, E terra adopra: cavane mattoni Crudi, quai gli usa il plastico scultore, Ma che sien duri, e sovrapponli ai fasci Già fermi, e fitti a forza di cavigli Piantati giù nel fondo de la fossa. Questa meglio sadatta ove si pone, E fermo tien ciò, cui sovrasta e preme. E ver, che lacqua ammorbidendo tosto Il matton crudo fin dentro l midollo, Non che ne la corteccia esteriore, Tramanderà ne sottoposti fasci (Atti a restar dogni colore impressi) Un nericcio colore, un viscidume Livido, per cui poi rimarrà tinta La canape, o di fuor macchiata almeno, E presso l comprator perderà l pregio: Tu dì l ver: ma non tutto hai detto ancora, Perchè forse ti rode internamente La rimembranza, che sei uom dappoco. Dovè l valor de le tue braccia? dove Linfaticabil fianco, che in tantaltri Lavori adoprar sai con tanta lena, Quando per te, piucchè pel tuo padrone, Qualche, benchè faticosa opra, imprendi? Io potrei, ma non vo, per tua vergogna, Qui fuor di tempo, discoprir gli altari. Se quando il tiglio macero vedrai, Da questa terra, che più presto bolle, Scaricherai con amorosa cura Dei cretosi mattoni i molli fasci, E butteraili a riva, o fuor di mano; Rimarrà poco il fango giù deposto Nel midollo de fasci, e a forza poi De lacqua stessa, e de lo sciacquamento, E de lo scuoter con la man gagliarda, Quel viscidume, e la tintura insieme Spariranno in gran parte, e ne vedrai Sorger il fascio candido, e pulito: Ma diligenza usar convien non poca, E la fretta lasciare a chi sabbrucia. Sappi, che sebben anco lividotta, Sebben fosca la canape rimagna, Ella è però sì forte, e di tal peso, Che non la cede a quella, che dargento Rassembra, e macerò lacqua più pura. Fin qui l maceratojo io tho dipinto, E lacqua, e gli altri necessarj arnesi, Ma non ancor de larte, che usar dei Nel riporre i tuoi fasci, e nel cavarli, Quanto convien per tua dottrina, ho detto. Or senti, e fa, chogni artifizio apprenda. Il carro, ed i giovenchi a questa buca, De la tua merce i portator saranno. Giunti che sieno su lerbosa riva, Ti ferma, e i tuoi garzoni a scaricarne Il peso metti, e a preparar limbarco. Uno, e due, al più, di sola camiciaccia Coperti, giù scendendo, destramente, Del guado il fondo tenteran col piede, E giù premendo fino a limo letto, Laltezza tutta ne scandaglieranno. Basta che dal bellico in giù rimagna Sepolto luom, e di lì in su si veggia. I fasci allora porgeransi a lui; Ed esso deporralli a la distesa Lun presso laltro sotto lacque sempre: Se tra le stanghe sia la sua prigione, Lasciali, che abbastanza an sicurezza, Sol che legno simil lor sovrapponghi, Che di questo tal carcer è il più fermo, Il più sicuro ermetico suggello: Ma se libero è l guado, e tu comincia I fasci a por da un angol de la fossa; E siegui fin che sien scarchi i tuoi carri, Sempre vicin lun laltro seppellendo. Poi pianta ai fianchi lor pertiche e legni, Che incrocicchiati, e ben di vinco stretti, Per lo disopra in quel patibol leghino Tutta la merce tua, fin che sia frolla; E se temi che possa a galla alzarsi, E tu laggrava con mattoni, o sassi, Come pochanzi dal mio canto udisti. Tolto da la tua vista il tuo tesoro, Sepolto in quella putrida palude Non si tolga però di tua memoria. Fiso in tua mente ti rimanga il giorno Che l deponesti, e sebben tu ti scosti, Manda spesso il pensiero a quella cava; O se puoi, vanne tu; tu stesso vanne, E questa legge, chio timpongo, adempi. Se per vento, o per pioggia, o per burrasca, (Che spesso avvenir suole) il tempo estivo Frenerà l suo calor, sicchè rinfreschi Laria, e prenda dautun faccia la state; Lacqua allor di tua fossa, anchessa fredda, Non avrà più quella virtù sì attiva, Nè tanto acume in se stessa, che vaglia Sì presto a separar dai cannerelli La canape, e a infrollirne il fil tenace; Però non ti curar destrarre i fasci, Se di legno sien carchi, e non di loto, Fin dopo almen la settima giornata, Nè de lottava ancor ti pentirai. Ma se rugge pel ciel la fiamma estiva, E laria bolle, non che insiem la terra, E lacqua, e tutto è pien dardente foco; Allor ciò che non fa l settimo giorno Freddo, fallo il calor con cinque, o sei, Perchè l bollor de lacque penetrando Le fibre scioglie, e la corteccia stacca, (Siccome foco, che se carne tocca, Gonfia tosto la pelle, e la separa.) Quindi se di tua sorte esser vuoi certo, E saper lopportuna ora, e l minuto Di trar fuor del sepolcro i fasci tuoi Maturi già, quanto bastar ti puote; Al sesto dì tranne da lacqua fuori Alquante verghe, e tenta se con lugne Tavvien carpirne di leggier la scorza Già fatta bianca, o di colore almeno Non più verdastro siccomera in pria. Se puoi ciò far senza fatica, il tempo, Dì pur, chè giunto di trar fuor quanthai Colà dentro sepolto, ed è maturo. Nè già tarresta, alcun tiglio veggendo Verde, o di quel color, che prima avea: Questo anzi è pregio, è credito, è fortuna, Perchè non debbe dal maceratojo La canape già cuocersi; le basta Un bollimento sol dolce e discreto, Onde piuttosto ti rassembri cruda, Che floscia: tempo dinfrollarla è sempre, E l lavorio poi tenera la rende. Nè voler perciò batterla soverchio Ne lacqua, flagellandola ostinato, Affinchè l verde spogli, ondè vestita, E dal suo cannevello si distacchi: Così facendo tu la snerverai, E filaccia, e non più, vedraine uscire. Quel padre, che vuol far mutar costume A linsolente figlio, se lo batte Spesso, più nel mal far linaspra, e indura: Che se aspetta di porlo al lavorio, E a le fatiche, ove in sudor si strugga, (Sien militari, o sien dindustria, o darte) Molle da se diviene, e allor si piega. Se così vedi lostinata scorza Dalcuna verga, quel color verdastro, Chebbe nascendo, non voler deporre, Tralla pur fuor de la fetente cava, Che poi passando, e ripassando spesso Per le man de la rustica famiglia, In varie guise, e in vario lavorìo, Il color prenderà de laltre ancora, E come laltre sue prime compagne Rimarrà in un di peso, e di candore. Che se l candor non si confà a la neve, Non ti doler: leccesso sempre nuoce: E così la soverchia candidezza Poca forza dimostra in questa merce, Perchè infrollata, e macerata è troppo, E troppo è presta a far ciò che dovria Far solo allor quandè ridotta in tela. Ma tu dirai: sarà dunque opra sempre De lugne, dipellare il cannevello Da la matura, e già corrotta scorza? No, chio questa da te lunga, e nojosa Fatica impraticabile non chieggio. Troppo sarìa; nè solo allor diresti Cosa grave il portar lacqua nel cribro, O il numerar de locean le stille: Ha larte sua questopra, e benchè costi Qualche fatica, ha il suo piacere ancora. Se nol sai, giunto il dì tanto aspettato, Che corrotta abbastanza tu conosca La canape, il pensier volgi a cavarla Fuor di quel così putrido sepolcro. Fra gli operaj tuoi scegli i più forti, E i più agili insiem di braccia e fianco, Che mal coperti, e ne la guisa stessa Già detta allora, che da pria ventraro, Scendan nel lago: il rimanente stia Su la sponda a far ciò chora saprai. Chi giù simmerge cauto sia, che i piedi, E le gambe, e le coscie (pel terreno Limaccioso, che preme) non conficchi Tanto, che inutil poi riesca a lopra, Nè senta le punture assai moleste Di quel cornuto insetto, che nel fondo De lacque morte, e de maceratoj, Sol per supplizio de le gambe, alberga. Però uno scanno, od un treppiè di legno Giù mandi pria, su cui posar le piante, Sicchè per fino a mezza coscia resti Ne lacqua sozza, e nulla più, sepolto. Se vuole a lopra agil trovarsi poi, Piantisi in modo tal, che guardi il labbro De la fossa: e a la destra, e a la sinistra Abbia i fasci ancor fitti, e possa comoda- mente sfasciarli, e fuora trarli a un tratto. Fatto securo del suo fermo piede, Volgasi a qual più vuol de le due parti, E tolga ai fasci il peso, che sovrasta, O di stanghe, o di sassi, o pur di loto, Tutto buttando a la vicina riva; Che senza questo cominciar non puote Lopra, per cui là giù quasi è sepolto. Poscia a troncare o i vinci, o i rovi siegua Onde legati son dai capi i fasci, E vedrà a un tratto, per tal scioglimento, Quelle manate tumide allargarsi, Anzi con lento moto alzarsi a galla, Siccome pesce, che a fior dacqua nuoti. La prima prenderà, che a la man vegna, E così laltre, che da se già sono Sciolte da quel legame, onde fur cinte. Afferrata la prima, ei se la prenda Dinanzi tutta al ventre in acqua stesa; Poi con le mani le stropicci forte Tutto l pedal ne lacqua, e ne distacchi Le cannevelle, ed apra la manata Con dolce violenza, e a pel de lacqua. Indi con le due mani in giù pendenti, E con le braccia per di fuori arcate, Sicchè i gomiti stien come arcuati Per lo di fuor, chini se stesso, e afferri, Ed alzi la manata con le palme, E fin coi polsi, sempre a la rovescia Quella rotando verso l proprio ventre, E ne lacqua scotendola a man larga Tre volte, e nulla più, finchè penetri, E l loto lavi, e l sudiciume, e tutto Ciò, che di strano si sarà frapposto: E se non più, qui non vè alcun mistero, Ma così vuol la sperienza antica, Per conservar del tiglio lorditura Ne lesser suo ben districata e sciolta, Che una rete non formi, avviluppando Tutte le fila insieme, onde più stoppa Se ne ricavi poi, che buona merce. Che se macero ben non sembra il tiglio, Scuotilo cinque, o sei, e più fiate, Che a la fin cederà, voglia, o non voglia. Così tal volta, se lingegno umano Tarda a produr ciò che l comun desio, O la speranza avidamente aspetta, Non è già, che non voglia: è che non puote, Perchè non anco ben maturo è l frutto. Pur larte può dove mancò natura. Vorrresti tu, che ai primi dì sapesse Un pargoletto articolar parola? Vorresti tu, che donna, benchè illustre, Ma di natura a le scienze inetta, Speculando, a saper cose giugnesse, Tutte sovra natura eccelse e nuove, E a favellar in libero idioma Ciò chaltri adulto a compitar fatica? Fa, che savvezzi luno, e laltro sotto Frequente magistral voce, che tuoni, Nè cessi mai, fin che la spessa goccia, Battendo, e ribattendo ogni momento, Quel macigno ne infranga, che gli tura A la pineal glandula la via. Se con luso avvien ciò: felice, o quanto, Quanto beato sia quellintelletto, Che intempestivamente giugneravvi! Maraviglia sarà del secol suo, Come lo fu quellabruzzese Silvio, Che poi vestì l più bel di tutti i manti. Costui, pria ancor che biondeggiasse in lui Il primo pelo del secondo lustro, Con sì veloce, anticipato corso, Volò fin di Parnaso in su le cime, E i portici dAtene, e il Peripato Scorse, col piè non già, ma con la mente, Che ne stupì lEridano, ed il Tebro , E come mostro il dichiarar vivente. E tal veggiam ne letà nostra ancora Fiorir Laura la saggia, che dinvidia E argomento ai dì nostri, ad ogni sesso, E a quello più, che di talento adorno, Non sa far cose di memoria degne. E pur costei, di cui risuona il nome, Non per Bologna sola, ma per tutta Italia ancora, ed oltre i monti, e i mari, Vinta la debolezza de letate, E la natura cha tuttaltro inclina, Tanto vegliò, tanto sudò, e stiè ferma Sotto la voce di maestra lingua, E su le carte di misterj piene, Chè ad aver giunta ne letà più fresca Colma la mente di filosofia, E di laurea corona adorno l crine, Sicchè oracol rassembra, e non più donna. Tale in costoro, ad onta di natura, Maturossi lingegno, e al fin cedette Al lungo martellar di sapienza, Siccome il tiglio non maturo ancora, A le frequenti, ed incessanti scosse, Ne lacqua pregna di sì acuti sali, E di zolfi sì blandi, e sì oleosi, Lascia le canne, e si converte in filo. |