![]() IL CANAPAJODI
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Tu, che semisepolto in queste bolge Scotendo vai lo canapin cadavero, Sicchè larido scheletro, di cenci Lacero penda, e quasi nudo appaja; Non paventar se il puzzo allor più salza, Pel frequente che fai dibattimento, E le narici ti percote e infetta. Lascia che lipocondrico sofista, Chogni picciol mutar daria, o di sole Teme, piucchè l fiatar dun basilisco , Gridi, e fugga da te, come da peste, E siegui pur ne lopra tua costante, Col far, che saccartoccino i pedali Dogni manata, come a tortiglioni; Che lo stesso faranno, per natura Di lor continovanza, anco le vette. Poi butta ogni manata su la riva, Dove, stando i garzoni, coglieranle, E ad ogni tanto porteranle in mezzo A la verde, vicina, ampla pianura, Dove diritte in piè, tutte staransi Con a terra l pedale alquanto aperto, E pire militari in guisa appunto Di padiglioni, o tende, ne faranno. Nol tel dissio, chè una milizia vera Larte di far la canape a la villa? Ma qui neppure ha fine il suo ritratto. Una battaglia ruinosa ancora Resta per darle lultima giornata. Laria cocente, e l sol de la stagione, Se per tre giorni luminoso dura, Farà che bianca, e che rimanga asciutta La scorza, il cannarello, il piè, la vetta; Sicchè tu nuovamente rilegando Di vinci i fasci li rimetta in carro, Ed a le case tue li riconduca, Ovunque più ti giova riponendoli, Fin che l tempo rivegna, che col legno Tu lor ripurghi i vestimenti e lossa. La fretta più non ti tormenti, o l dubbio De lincostante, o qual si sia stagione. Ciò che ti resta far, non ha nè giorno, Nè prefissa ora; quando puoi, farailo, E quando tal numer di man sia teco, Che basti a luopo; se fanciulle avrai, O se spose gagliarde, i giovinotti Robusti, credil pur, non mancheranno, Che al flagel de la canape ad ogni ora Invitin la tua mano: è quel lavoro Scuola damore, se nol sai, per essi; E in questo vario tuono di battute, Del loro amor la musica saccorda. Colui, che primo di Bertoldo scrisse, (Bertoldo fatto di Poema degno) Cantò ancor de la canape una farsa Nel bolognese favellar, sì pregno Di arguti sensi, e saporiti motti, E in essa tutti colorì i costumi De gli operaj, che a questo frangimento De la macera canape dan mano. Di là trassio, non men che da una longa Pratica, quanto (Albatica gentile) Sarò per dirti in questi versi miei, Sicchè basti a far dotti i tuoi villani, Allora quando a villeggiar ten vai, E tu lo scritto mio con la lor opra Ne latto del travaglio confrontando, Ne ammendi, o approvi l lavorìo che fanno. Il loco del flagel, di cui qui canto, Che siasi a cielo aperto cercar dei, Ed ampio quanto ti bisogna a luopo, Sì perchè gente molta è, che sadopra, Sì perchè l maneggiar de le mazzuole Vuol libertà di colpo, e sì a la fine, Perchè laria più giuochi, e spiri intorno La polve a dissipar, chindi ne nasce. E poi, se comè luso, tu incominci A piena luna, con quel suo chiarore Ti possa ella tal dar luce, che basti Tante cose a veder, quante conviensi. Vero è, che se dAutunno, allor che l giorno A la vindemmia ogni villano invita, Comincerai questopra strepitosa; Forse le pioggie allor, non così rare, Turberanno limpresa: allor tu puoi Far, che sia pronto il portical, che suole Esser atrio a le stalle, e teza è detto, Ma che di carro, e di qualunque arnese Libero sia, pel già vicin lavoro, E la canape insieme, e gli operaj Tutti là trasportar sotto al coperto. Lopra è però spedita più allor quando Stiasi in aperto, e senzangustia alcuna. Tu reggitor, fa che sia pronto in mezzo Un panconcello dai tre piè, ma largo Da un lato, e lungo sia fino a lestremo Sempre più angusto, e ad un sol piè ridotto. Al lato largo chiama una gagliarda, E allegra insiem donna, o fanciulla, e questa Sieda a schimbescio su la sponda, e faccia Che in modo stia daver tutto l prospetto, Dal mezzo busto in su, posto al diritto De la panca, su cui lopra comincia. Allor vedrai far i garzoni a gara Desser gli eletti, e gongolar per giubilo, Per cagion di colei, per cui forsanno Qualche damor viva scintilla in petto. O sì che lopra avvalorata allora Nandrà volando al desiato fine. Come là dove la fucina Etnea Bolle di foco, e su la dura incude Nudi le braccia, ed in cojetto solo, Sterope e Bronte i colpi risonanti In bella gara ripetendo vanno; Così i due prodi garzoncelli alzando O la mazzuola, o l mattarel che sia, Stanno i lor colpi a scaricare intenti Su la manata prima, che lor porge La donna accorta al panconcello in riva, Tanto fuora sporgendola a diritto, Quanto laride canne a trinciar basta. Prima il pedal sia quello che si porga, Su cui più colpi scaricar dovrai, Perchè più grosse son le canne, e dure: Poi bel bello, e forsanche ad ogni colpo, Fin tanto che polputa è la manata, Vada la donna fuor porgendo il fascio, Poco più, poco men, quanto sia un palmo, E rivoltandol, come la mia Ippolita Solea già far ne lo schidon larrosto. Tempesteranno i colpi giù a vicenda, E gli abbattuti stecchi in giù cadranno, E l tiglio insieme piegherà fin tanto, Che la codetta le rimanga in mano. La donna, allor che il fascio al fin saccosta, Volga l capo al fastello, e fuor ne spinga La coda sì, che in due colpi leggieri Resti disciolta la minuta canna, Che giù stesa precipita in un punto, E con le man se stropicciar la vuole, Sarà de larte cortesia, e finezza. Perchè l pedal più di leggier si franga, Aprasi da la pronta femminella, Che vedrassi così cedere al primo Colpo, nè occorreranno altre percosse. La virtù, allor chè unita, è più gagliarda, Ma fievol resta quando si separa. Sia la vicenda de flagellatori Con arte fatta, nè col duro colpo De limpugnata, ben tornita, e liscia, E sorbigna maciulla il pancon tocchi, Che gran dolor navria la mano, e l polso. Colei, chè l mobil primo del lavoro, E schiava sta dannata a quel flagello, Ben cauta la manata in grembo tegna Ne latto, che strignendola nel pugno, La sporge fuori a la tempesta dura, Onde alcun troppo violento colpo, (Colpo dinnamorato giovinastro In cui amor forza a natura aggiugne) Non gliela strappi dimprovviso, e mandi Il tiglio, ed il manipolo in soqquadro, Nè più modo vi sia di districarlo. Attenta ancora stia (se può) al lavoro, Nè gli occhj di leggier pianti nel viso A luno, o a laltro percussor: può questo Far sì, che troppo inavvedutamente Le mani avanzi, e non più l colpo cada Su la manata no, ma su le mani, E vergogna ne senta, e nabbia offesa Da la percossa a precipizio data Da chindiscreto fu fin da la culla, Nè possa a lopra più servir quel giorno. Anzi, se in alcun dessi va occhieggiando, O compartendo pur qualche sogghigno A quel che più fa seco a la civetta, Può destar gelosia nel suo rivale, E può con gelosia destar lo sdegno; E di tai caccabaldole in sequela, Lordin de le battute alterar molto, (Che tremor nasce in chi dira saccende) E quindi, per assalto di furore, Può nascer danno daltro che di ciarle. Larme è già pronta, nè convien cercarla, Perchè già dambo è la mazzuola in pugno; Fuman gli altari, e vicino è l nimico. Un forte colpo, colorito a fallo, Può l rivale fiaccar tra capo e collo, (Che in tal lavoro non saria già l primo) E scomponendo il lavorier già preso, In guerra sanguinosa convertirlo, E far rider il fisco, e l criminale. Piuttosto a canticchiare ognun sappigli. La donna canti l caso dAtteone, Che per troppo veder, mise le corna: E i garzon, quel di Piramo, e di Tisbe, Che per soverchio amore ambo moriro, O ciò che improvvisar puote in quel caldo La fantastica mente innamorata: Che non sarian già questi i villan primi Ne limprovvisatrice arte maestri. Sallo lEtruria, ove le villanelle De la grazia real son fatte adorne, Perchè (se dimprovviso anche sfidate) Cantano al par de le Pierie suore: Che l poetico foco al pari infiamma La mente a chi sabbevera a la fonte, E di rustico cibo si nutrica, Che a chi Montepulciano infiasca, e ingozza, E di rare vivande empie l imbusto. Rotte così le coste a le manate, Di tratto in tratto porgeransi ad altro Garzon, che a destra di chi siede ai colpi, Stia ritto, e pronto a prenderle di botto. Costui, poichè la prima ha già afferrata, (E così laltre, che verran dappoi) Vedrà che tutto in fila sè converso Ciò chera pria tronco legnoso e duro, E dovrà forte scuoterlo a due braccia, E ben più volte alzando, e ribassandolo, E allargando la rete del suo tiglio, Farà con questo ventilar, che giuso Piombin le scheggie fatte, ed ogni stecco, E resti quanto puote il tiglio mondo. Nè speri già di tutto ripurgarlo; Altro a ciò si richiede, altro processo, E nuovo esame di tormenti a forza. Dopo a lingrosso le manate scosse, Di quante nha (torcendole in obbliquo) Un fastellotto, e se può dirsi, un gruppo Attortigliato, senza nodo, formi; E tutte tutte in cumul le riponga, Per man daltro garzone ausiliario, Che mancar qui non dee per buon governo. Finchè questo flagel dura in vigore, Truppa diversa di garzoni, e donne Stassi in disparte, ma ne laja stessa, Tutta ad altropra intenta, e in gozzoviglia, Per quanto porta un intermezzo solo, Tra l faticare, e l ristorarsi alquanto. Que fastelli, cui già rotte fur lossa, E attortiglione in cumulo fur messi, Passano ad altra man, per nuovo ancora Soffrir martirio, e meglio raffinarsi. Vedrai due nuovi panconcelli in piedi, Disposti sì, che lun dia loco a laltro, Nè al vario lavorar ostino punto: Questi gli eculei son, dove ciascuna Manata ha da soffrir nuovo tormento. Grametto uno sappella, o sia maciulla, Su quattro piè fermo così, che sembra Il cavallo, che tien scuola di salto. Sul dorso apre un canale, ed una fossa Profonda sì, che non ha fondo alcuno; E in essa (come l bue ne le narici) La lingua ognor chinando va bisulca Lungo l canal, ed or salza, or sabbassa, A piacer di chi tienla in pugno stretta Pel manico, che là presso la fine Si sporge in fuori, sempre al perno fissa. Gramola è laltra, ed è simile affatto Ne piedi, ma nel dorso apre due fosse Eguali a quelle del grametto, e in tutto Parallele così, che ben diresti, Nacquero tutte ad un medesmo parto. In queste fosse anche due lingue vanno Calando giù ne latto del lavoro, Mosse da quella man, che le governa Siccome fa la superior mascella Del coccodril, chunica al mondo salza. Finchè in alto sostiensi la mascella, Non più bisulca, ma trisulca fatta, Da la sinistra mano, un de già detti Fastelli sciolto, e non più attortigliato Con laltra man si sottoponga steso Pria sul grametto per obliquo, e tosto La forzosa mandibula lo prema, Lo calchi, e pesti, e piucchè la manata Fugge, rifugge, e torna a soffregarsi; Più laddenti, sebben denti non have, (Chanzi laverne le saria dannoso) In virtù di quel vario stiramento, Di quel pestare, e riscoscender spesso Tra que due legni ambo tormentatori, Sandranno e stecchi e scheggie sminuzzando. Così l vecchio, sebben perduti ha i denti, Pur con lossee gengive masticando, Tanto fa, che sminuzza anche le croste. Nel così far vedrai tra legno e legno Cader pioggia di stecchi: allor la forza Rinvigorisci pur de le tue braccia. Nè cessar dal flagel così per poco: Ma ti ricorda, che questè la prima Addentatura, nè son bene ancora Tutte le scheggie conquassate e dome. Ha da finir questo fioccar di neve. Un sol non vidi mai pettine usarsi Per lisciar chioma rabbuffata e incolta. Tempo è di scuoter ciò che pettinasti: Già loperaria a te vicina aspetta Il fascio primo, che a lingrosso è infranto: Recalel dunque: essa non tanto stanca, Come tu, de le braccia, ben potrallo Riventilarlo, ed una pioggia spessa, Anzi un diluvio, far cader di stecchi: Dallelo, e prendi tu nuovo fastello, Da sottometter del grametto al morso. Siegui trattanto, e non ti perder molto O forosetta, a guardar docchio bieco Il villanel tuo caro, perchè porta Fitto nel cappelluccio un amaranto, E tu lo credi un don de la rivale. Anche tu ne locchiel del gonnellino Porti una rosa, ed ei non se ne duole, E pur non è don di sua mano al certo; Sai tu di donde vegna? ed io pur sollo. Siegui a calcar col tuo gramile, e intanto La tua vicina, scossa una manata, A chi stassi a la gramola la porga Per ripulirla a lultima finezza. Quelle due lingue, quelle due mascelle Faran ben altro, che quel tuo grametto. Chi ha più lingue in bocca, è un uom che vale A star con tutti a tavola rotonda: Ma chi ha più mascelle, non linvidia A tavola, al tinello, ed in cucina. Sicchè la grama, a lultimo, è valente A far ciò, che finor tu non facesti. Vedi quel suo calcar, come conficca E stritola l fastello, e seco quanti Vha stecchi grossi, tutti li sminuzza, E poco men, che li riduce in polve, E in quattro, o sei lisciate esce di lizza, Ed il tiglio fa lucido, e l raffina? Così fa chi i capei tiene in cultura; (Cosa in oggi comune a gli uominanco:) Un pettinel finissimo, e minuto Fa ciò che far non puote il grossolano, E pur, vedi ove lattentato arriva! E le lendini stana, ed i pidocchj: Qui non ha fine lo scorticatojo. Passato in altra mano il liscio tiglio, E scosso nuovamente, ecco sottentra Unaltrarme a grattargli la cotenna, Ed a darli così lultima purga. Tienla la man villana, e rialzandola, Ecco impugna un coltello, anzi un pugnale Di legno sì, ma largo, e liscio, e dambe Le coste sì sottil, che sembra spada, E quindi con ragion spatola è detta. Con questa il fascio tutto, che da pria Sparnicciato nuscì fuor de la grama, E si frega, e si stende, e purga ancora Da qualche avanzo de minuti stecchi; E tal lustro ne nasce, che di prezzo, E di credito, ovunque ella si mostri, Saccresce la tua canape altrettanto, Chio sto per dir, ritornerebbe al mondo, Per lavorarla, Berta, se filasse. Ma, se nol sai, convien, che cauto adopri Questo estremo rimedio a tempo e a loco: Se il tiglio è forte, e resistente al colpo, Fa quelluso che vuoi di questo legno, Che a la fin poi ne rimarrai contento: Ma sè floscio, e sottile, allor deponlo, Perchè danno gli arrechi, e non più l lucro Navrai, che già da pria ti promettea, Non meno il suo candor, che la sua forza. Ed ecco de la canape ridotto Tutto il lavor sì faticoso al fine. Il canavaccio anco svestir ti resta: Questo, macero e asciutto, di leggieri Spoglierailo, tirando a fil la scorza Pel lungo de la canna, onde ben tosto Nuda e bianca vedraila, e ne potrai Far siepi, e zolfanelli ad ogni casa Comuni, e usati per accender foco: O pur ne farai serbo per allora, Che in notte buja andrai pel vicinato, In carnascial sonando il colascione , A veglia, o a danza con la tua famiglia; E saran le tue faci, e i tuoi fanali. Questa canape poi, perchè nericcia, Con laltra già migliore non mesceraila: Tienla divisa, e dàlla al tuo funajo, Che la bifolcherìa di funi e spago Per lungo tempo ti terrà provvista: Ma laltra no, candida, liscia e forte: Quella sarà la favorita, e dessa Tu ne farai più mazzi, o fastelloni, Ma soprattutto pel di fuor ben lisci, Ne le sue fronti, per riporli dove Lagio di casa tua più tel consente; Fin che ne venga il mercadante accorto, In denaro a cambiar la tua fatica: Che ben molti verranno da la fama De la tua mercanzia sempre invitati, Se lastuto sensal scritto non abbia Qualche flagel di grandine, o melume A Vinegia, a Livorno, o a Sinigaglia. Guarda però, che il magazzin dovhai Riposto il tuo sudor, sia ben guardato Da lumido, e in prospetto abbia buon lume: Sicchè entrando il mercante, al sol riflesso Del balconcel, per così dir, sabbagli Nel lustro, e nel candor di que fascioni. Allora cresci per la tua derrata, Che non saratti mai lofferta avara. Vedrassi a josa il canalino carco Del centese tesor correr più lieto Co varj legni suoi verso Ferrara, E di là poscia, ver lAdriaco mare, E il testimon portar, ed il sigillo Di questa canapifera pianura, Di popol ricca, e danimi gentili, De le bellarti amica, e al ciel diletta. Ma non più di coltura. E tempo, chio Deponga omai la rustica zampogna, E la cetra ripigli, o pur la tromba, E canti in altro tuono, or che lAugusta, Nuova Partenopea sposa, e reina, Da la Sarmazia scende, e Italia onora. |