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Per quale
ragione una pianta così importante come la canapa non viene ancora
coltivata su larga scala? Per quale ragione non si sono ancora fatti i
minimi investimenti per far partire le principali filiere del tessile e
della carta?
L’economia e l’ambiente non
possono più fare a meno delle materie prime alternative che solo la canapa
può fornire. Inoltre la canapa è ormai indispensabile all’agricoltura come
coltura da rinnovo e come alternativa "non-food" alle colture tradizionali
destinate all’alimentazione, il cui mercato non può ulteriormente
espandersi.
Il problema che finora ha impedito il rilancio della
canapa ha un nome: "marijuana".
Esistono diverse varietà di
canapa. Ci sono quelle coltivate tradizionalmente in Europa per produrre
tessuti (cannabis sativa) a basso contenuto di resina, e quelle
originarie dell’Oriente ricche invece della resina contenente i
cannabinoidi responsabili dell’effetto psicoattivo (cannabis
indica).
I cannabinoidi si trovano nella resina che impregna
le infiorescenze delle piante. Il THC (tetraidrocannabinolo) è il
cannabinoide più importante. Le infiorescenze ricche di THC servono
per fare le sigarette di marijuana, che la legge considera una droga.
Il problema nasce dal fatto che la canapa europea a basso tasso di
THC è quasi indistinguibile dalla canapa indiana (l’OMS - Organizzazione
Mondiale della Sanità - ha stabilito che se la percentuale di THC è
superiore al 1% si tratta canapa indiana, cioè di droga, se è inferiore di
canapa industriale). La resina allo stato puro (hashish) dà
effetti allucinogeni, ed è quindi da considerare una vera droga (anche se
di solito la si usa, finemente sbriciolata nel tabacco, per farne
sigarette che hanno la stessa concentrazione di principio attivo e si
fumano come la marijuana). Anche se è possibile stabilire con delle
analisi il tasso di THC di una pianta, e anche se in deroga alla
proibizione e con mille limitazioni è consentito coltivarla, di fatto la
coltivazione della pianta a scopo industriale non è libera. E se la
coltivazione non è libera, se può sempre capitare che un contadino che la
coltiva venga trattato come un trafficante di droga, ben difficilmente si
potranno trovare agricoltori che la seminano e aziende che la lavorano.
Il problema "droga".
Se non ci fosse il problema
marijuana la canapa potrebbe essere una normale pianta coltivata, e noi
potremmo usarla per risolvere i tanti problemi dell’agricoltura,
dell’economia e dell’ambiente. Se da alcune varietà di questa pianta si
ricava una droga è solo una sfortunata coincidenza. Ma le cose stanno
proprio così? In realtà i termini della questione dovrebbero essere
rovesciati: non è vero che noi non possiamo usare questa pianta per
risolvere i problemi ambientali perché – purtroppo – è anche una droga. E’
vero invece il contrario: la canapa ricca di resina è in realtà prima di
tutto un importante medicinale, ed è stata fatta diventare una droga negli
anni Trenta per eliminare un pericoloso concorrente del petrolio,
dell’industria chimica e della carta fabbricata col legno degli alberi.
E’ questa la ragione per cui chi si interessa della canapa per
ragioni sia economiche che ambientali, deve prima o poi fare i conti,
anche se non vuole, con la il problema droga. Per capire perché è
necessario fare qualche passo indietro. La canapa (cannabis
sativa) è sempre stata una delle principali piante coltivate, di
grande importanza sia economica che strategica, perché serviva per
fabbricare i più diffusi tessuti, le vele delle navi e le corde. La canapa
è anche una delle poche piante coltivate fin dall’antichità sia in Oriente
che in Occidente. Non si può nemmeno immaginare la società antica senza la
canapa, senza i suoi tessuti, senza le vele e le corde di canapa robuste e
immarcescibili. L’importanza della canapa nelle società antiche emerge
anche dalle località geografiche che portano ancora il suo nome (Canavese
in Italia, Hempshire in Inghilterra, Bangladesh in Oriente sono solo
alcuni esempi). La canapa è stata spesso celebrata da scrittori e da
poeti, e in Italia le è stato dedicato persino un poema, Il Canapaio.
Solo nel corso dell’Ottocento
la coltivazione della canapa ha perso gran parte della sua importanza
perché è stata sostituita progressivamente dal cotone, e le navi a vela
sono state sostituite dalle navi a vapore. Anche gli usi medici della
canapa (cannabis indica) sono altrettanto antichi. Sono
tradizionali in Oriente, ma l’uso della cannabis con effetti soporiferi
era conosciuto anche tra le civiltà del Mediterraneo (antichi Egizi) e
successivamente presso i paesi arabi.
Furono gli Inglesi a
(ri)scoprire in India nella prima metà dell’Ottocento l’importanza medica
della cannabis. Nel 1842 il medico inglese O’Shaunghnessey ritornò in
Inghilterra portando con sé la tintura di canapa, e ben presto questo
nuovo farmaco si diffuse al punto da diventare, nella seconda metà
dell’Ottocento, uno dei più diffusi nei paesi anglosassoni.
Gli usi medici della canapa indiana sono numerosi e
importanti, e ne fanno una delle piante medicinali più utili in assoluto.
La cannabis indica è uno dei farmaci più efficaci, o il più efficace di
tutti, come analgesico, antiemetico, antidepressivo, nel mal di testa ed
emicrania, nell’epilessia, nel glaucoma, nell’asma ecc. A cavallo tra
Ottocento e Novecento la canapa indiana cominciò ad essere sostituita dai
farmaci sintetici, che avevano il vantaggio di poter essere dosati con
esattezza e di funzionare in modo più evidente, ed anche di far guadagnare
di più, mentre gli effetti collaterali non erano ancora evidenti. Cominciò
così ad essere sostituita per le stesse ragioni che portarono alla sostituzione progressiva dei farmaci naturali con i farmaci
sintetici. La canapa ha quindi una lunga storia alle spalle, e
per quanto riguarda quella ricca di resina usata a scopo medico, il
problema dei suoi blandi effetti psicoattivi era considerato trascurabile,
tanto che veniva somministrata tranquillamente anche ai bambini.
La riscoperta della canapa degli anni Trenta e la
proibizione del 1937
Per quanto riguarda gli usi industriali,
negli anni Trenta ci fu un rinnovato interesse per la canapa: vennero
studiati nuovi materiali ad alto contenuto di fibra per l’industria,
materie plastiche ricavate dalla cellulosa del legno, e venne anche
studiata la possibilità di fabbricare la carta col legno della canapa.
Infine con l’olio già si producevano in grande quantità vernici e
carburante per auto. Proprio in quegli anni il magnate del petrolio
Henry Ford costruì un prototipo di automobile in cui sia la carrozzeria
che gli interni e persino i vetri dei finestrini erano fatti di canapa.
Quest’auto pesava un terzo di meno, e anche il carburante che la faceva
muovere era di canapa. Negli anni Trenta la canapa era diventata
matura per servire come fonte abbondante di materie prime per numerosi
settori dell’industria. Un’industria molto più sostenibile per l’ambiente
rispetto a quella che conosciamo. Purtroppo queste promesse non furono
mantenute. Si erano allora già costituiti dei grossi interessi che si
contrapponevano alla canapa. Con il petrolio si incominciavano a produrre
materiali plastici e vernici, e la carta di giornale della catena Hearst
era fabbricata a partire dal legno degli alberi con un processo che
richiedeva grandi quantità di solventi chimici, forniti dalla industria
chimica Du Pont. La Du Pont e la catena di giornali Hearst quindi si
coalizzarono. Con una martellante campagna di stampa durata anni la
cannabis, chiamata da allora con il nome di "marijuana", venne accusata di
essere responsabile di tutti i delitti più efferati riportati dalla
cronaca del tempo. Il nome messicano "marijuana" era stato
scelto con cura al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il
Messico era allora un paese "nemico" contro il quale gli Stati Uniti
avevano appena combattuto una guerra di confine. Inoltre era un termine
sconosciuto in America, per cui l’opinione pubblica, sentendo parlare di
una droga tanto pericolosa, non poteva certo immaginare che fosse
l’innocuo e gentile farmaco chiamato cannabis dalle proprietà rilassanti,
che come blando effetto collaterale poteva provocare solo una moderata
allegria. Approfittando anche del fatto che l’America degli anni
Trenta attraversava una profonda crisi economica, con milioni di
disoccupati e un’opinione pubblica esasperata alla ricerca di qualcuno con
cui prendersela, nel 1937 venne approvata una legge che proibiva la
coltivazione di qualsiasi tipo di canapa. Da notare che non venne proibita
solo la canapa ricca di resina, ma anche la normale canapa coltivata. Da
notare inoltre che non di semplice proibizionismo si tratta, ma di
iperproibizionismo, tanto più iper quanto più ingiustificato. In America
ancora oggi vanno in galera ogni anno alcune centinaia di migliaia di
persone solo perché trovati a fumare qualche sigaretta. Da notare che il
proibizionismo è stato determinante nel diffondere l’uso consumistico
della canapa, mentre prima esisteva solo quello medico. Da notare infine
che, a conti fatti, l’unico proibizionismo che ha veramente funzionato, è
stato quello nei confronti della canapa per uso industriale, il vero
obiettivo della proibizione, oltre che della canapa medica.
Dagli
anni Trenta in poi l’industria chimica del petrolio e quella della carta
fabbricata col legno degli alberi hanno provocato infinite distruzioni
negli ecosistemi mondiali. Se oggi si vuole costruire una società dei
consumi molto più sostenibile per l’ambiente è quindi necessario
rovesciare quella decisione che nel 1937 ha trasformato uno dei più
importanti e innocui farmaci in una pericolosa droga. Come già detto
la cannabis può anche essere una vera droga, se non per i danni, almeno
per gli effetti che può provocare. La resina allo stato puro (conosciuta
come hashish) assunta a forti dosi provoca effetti allucinogeni, tanto più
intensi quanto maggiore è la dose. Non è stata però questa la ragione
della proibizione della canapa del 1937, perché allora l’uso allucinogeno
era di fatto sconosciuto in America, non corrispondeva al nome messicano
di marijuana, e in ogni caso non avrebbe potuto provocare i fatti di
cronaca violenti che le venivano attribuiti. Ad ogni modo questo
problema esiste. Un uso consumistico della cannabis a scopo allucinogeno è
da sconsigliare: l’hashish non è una sostanza anodina; può provocare forti
sensazioni sia piacevoli che spiacevoli, e quindi bisognerebbe almeno
usarla con cautela.
La cannabis provoca danni fisici e
dipendenza?
Sui principali media (giornali, televisioni ecc.)
infuria continuamente il dibattito sulla presunta pericolosità della
canapa indiana, sia per quanto riguarda i danni fisici sia per quanto
riguarda la dipendenza. Per quanto riguarda il problema dei possibili
danni fisici, il rapporto Roques commissionato dal Governo
francese, nel capitolo che riguarda la cannabis, cita molte ricerche fatte
o in corso di svolgimento, che potrebbero concludersi con la dimostrazione
di qualche danno a carico della canapa indiana. Ma il fatto è che,
nonostante i molti paroloni scientifici, di dimostrato non c’è ancora
nulla. Di ricerche ne sono state fatte molte, proprio allo scopo di
individuare dei danni con cui giustificare il proibizionismo, ma sono
proprio queste ricerche che ne hanno dimostrato la totale innocuità. La
cosa più importante di cui si riferisce nel rapporto, che è anche quella
che viene citata più spesso dai proibizionisti, è una "perturbazione del
comportamento del sistema immunitario", osservata nelle cavie di
laboratorio alle quali sono state somministrate dosi molto forti di
cannabis. Un comportamento irregolare del sistema immunitario potrebbe
sicuramente provocare dei problemi, ma bisogna tenere conto che si tratta
di dosi molto superiori a quelle mai assunte da essere umano. Gli alti
dosaggi con effetto allucinogeno, gli unici che potrebbero destare qualche
preoccupazione, non hanno però molto interesse per gli usi di medicina, e
per di più sono anche poco diffusi tra i consumatori di canapa
indiana. E’ il consumo a basse dosi, tipico della cannabis fumata, o
marijuana, che interessa la medicina, anche se bisogna dire che, quando la
cannabis era usata a scopo medico, era somministrata sotto forma di
tintura, e quindi dosata in gocce, e non fumata. Anche così comunque si
manifestano i famosi effetti psicoattivi, che però non erano considerati
da nessuno un problema. Quando si parla di marijuana l’unico esempio
che i proibizionisti riescono a fare riguarda i possibili danni ai
polmoni. Si parte da questa constatazione: una sigaretta di marijuana
deposita nei polmoni tre volte più catrame rispetto ad una normale
sigaretta di tabacco. Cosa significa? Che la marijuana è tre volte più
dannosa del tabacco? Che comporta un rischio tre volte più grande di
cancro ai polmoni? Innanzi tutto va detto qual è la ragione di questo
maggior deposito di catrame: le sigarette di tabacco hanno il filtro, le
altre, vendute nel mercato clandestino, no.
Inoltre di marijuana
rispetto al tabacco se ne fuma molto meno. Secondo il rapporto Roques il
90% dei consumatori di cannabis sono occasionali, cioè non fumano nemmeno
una sigaretta al giorno. Per di più, se fosse veramente questo il
problema, basterebbe usare pipe ad acqua che abbattono completamente il
catrame, oppure altre forme di somministrazione. Ma anche le indagini sui
fumatori più accaniti, quelli che fumano fino a 10 sigarette di marijuana
al giorno (il massimo teorico, perché in questo modo si è sotto l’effetto
della sostanza per tutte le ore del giorno in cui si è svegli), non hanno
dimostrato nessun aumento del rischio statistico di ammalarsi di malattie
polmonari o di cancro ai polmoni.
Nel fumo di tabacco ci sono
delle sostanze cancerogene che evidentemente mancano nel fumo della
cannabis. Inoltre, mentre la nicotina del tabacco provoca il
restringimento degli alveoli dei polmoni, il fumo della cannabis ne
provoca la dilatazione, il che favorisce l’eliminazione delle sostanze
estranee. Per questo motivo il fumo della marijuana è considerato un
rimedio per l’asma. Gli scienziati dicono che nei fumatori di marijuana si
osservano gli stessi danni superficiali alle mucose dei polmoni dei
fumatori di tabacco, ma che poi il danno non progredisce oltre. Anche
gli altri danni, imputati a volte alla canapa indiana, sono stati
regolarmente smentiti dalle ricerche scientifiche: la diminuzione della
memoria non è mai stata dimostrata, perché i test di memoria danno
differenze minime e oltretutto contrastanti. I danni al cervello sono del
tutto inesistenti anche per le dosi allucinogene (mentre una sbornia di
alcool provoca estese distruzione di cellule cerebrali).
Per
quanto riguarda invece il problema dipendenza, mentre il rapporto Roques
sostiene che in un numero limitato di casi, comunque molto inferiore a
quelli di alcool e tabacco, alte dosi di cannabis (hashish) possano dare
dipendenza, altri autori sostengono che non dà mai assuefazione o
dipendenza quali che siano le dosi. Nessuno invece può più sostenere
che esistano problemi di dipendenza per la cannabis a basse dosi
(marijuana). Vedere per esempio nella pagina sugli usi medici della canapa
il servizio pubblicato a suo tempo dalla rivista inglese New Scientist che
fa anche il punto sulla esperienza olandese di liberalizzazione del
consumo della canapa indiana (../medicina/index.html)
.
Sia sufficiente dire che per la marijuana o l’hashish non sono
mai stati previsti in nessuna parte al mondo programmi di
disintossicazione, ma solo a volte, come negli Stati Uniti, corsi di
rieducazione per non perdere il lavoro – il che è un’altra cosa -. Per
restare con i piedi per terra vale la pena considerare i danni (e la
dipendenza) di una sostanza ritenuta innocua e venduta per questo senza
ricetta medica come farmaco da banco in tutte le farmacie. L’aspirina,
che guarda caso ha sostituito giusto 100 anni fa la cannabis come
analgesico, provoca facilmente ulcerazioni allo stomaco (e a tutti sarà
capitato sentirsi dire di non prenderla a stomaco vuoto). Inoltre nella
letteratura scientifica sono segnalati decine di casi di morte dovuti
all’aspirina. Inoltre l’aspirina provoca anche assuefazione, se è vero che
ci sono milioni di persone nel mondo che consumano l’aspirina a mezzo
tubetto per volta. Secondo Lester Grinspoon, il principale esperto
mondiale di marijuana, non esiste invece nella letteratura medica nemmeno
un caso di morte attribuibile con certezza alla cannabis. Se fossero
stati dimostrati a carico della cannabis anche solo un decimo dei danni
provocati dall’aspirina, chissà che cosa non si sarebbe detto! In
realtà i danni provocati dalla canapa indiana, ammesso che ce ne siano,
sono ben inferiori alla decima parte di quelli provocati dall’aspirina.
Per sostenere che la cannabis provoca dei danni bisogna veramente
arrampicarsi sugli specchi!
Se poi si paragona il farmaco cannabis
a tutti quelli che attualmente lo sostituiscono, come gli psicofarmaci,
gli antiemetici ecc., e che provocano estesi danni collaterali, forte
dipendenza e pesanti effetti sulla psiche, il confronto con la totale
innocuità della canapa indiana è ancora più stridente. E’ veramente
curioso che simili argomenti vengano ancora ritenuti una giustificazione
di quello che è di fatto un vero e proprio accanimento proibizionistico.
Gli effetti psicoattivi della marijuana
Ma non
possono essere una giustificazione del proibizionismo nemmeno gli effetti
psicoattivi indotti dalla cannabis a basse dosi. Prima di tutto si
tratta di effetti blandi, tanto che una persona sotto la sua influenza non
è facilmente distinguibile da un’altra. Inoltre questi effetti sono
tutt’altro che demoniaci. Ecco più o meno quali sono (non per esperienza
diretta): distensione mentale e muscolare, miglioramento dell’umore,
rallentamento dei riflessi, maggior difficoltà nel mantenere l’attenzione
e maggior interesse per i piccoli dettagli. Per quanto riguarda il
rallentamento dei riflessi e la maggiore difficoltà di attenzione, non si
tratta dei "danni" della cannabis, ma solo delle sue peculiari
caratteristiche (completamente reversibili e senza alcun effetto a lungo
termine come molti studi hanno dimostrato). Così la caratteristica della
camomilla è di conciliare il sonno, e quella del caffè di migliorare lo
stato di attenzione, ma nessuno pensa per questo che la camomilla e il
caffè per i loro effetti sulla psiche siano delle pericolose droghe da
proibire.
D’altra parte la proibizione del 1937 era stata
giustificata con ben altre accuse che quella di allentare un po’ i
riflessi: la si accusava di essere responsabile di tutti i delitti più
efferati riportati dalla cronaca del tempo, come se potesse rendere le
persone pazze e assatanate di violenza. Adesso nessuno si sogna più di
fare simili accuse, che però sono state la causa di quella che si potrebbe
definire "la madre di tutte le proibizioni". Una proibizione che da allora
in poi, nonostante che gli argomenti originari siano venuti meno, è stata
ribadita infinite volte. Anzi, sempre nell’intento di giustificare questa
anacronistica proibizione, da qualche parte oggi si sostiene che la
cannabis potrebbe rendere le persone così miti e tranquille che, nel caso
venissero aggredite, non sarebbero più in grado di difendersi…
Da
precisare che qui non si sta parlando né di "droghe leggere", che
comprendono anche le pasticche fatte di sostanze chimiche artificiali che
pochi o molti danni sicuramente provocano, né di droghe in generale. Ma
solo di una pianta e di un farmaco naturale di nome cannabis. L’unica
controindicazione riguarda il consumo eccessivo da parte degli
adolescenti. In questa età difficile, in cui si passa da un ambiente
protetto e senza preoccupazioni ad una situazione in cui bisogna
cominciare ad assumersi le proprie responsabilità, ci può essere la
tentazione di sfuggire alla realtà. Si può cercare di sfuggire alla realtà
in tanti modi: troppa tivù, film, videogiochi, fumetti ecc. E anche troppa
marijuana. Di per sé la marijuana non costituisce un problema, salvo che
non diventi un comodo rifugio per sfuggire alla realtà e alle proprie
responsabilità. Anche in questo caso però è molto meglio informare
correttamente ed educare piuttosto che proibire. Certamente la strada
peggiore di tutte è quella di ingannare i giovani, che sanno benissimo che
la marijuana è del tutto innocua, e che per procurarsela devono esporsi ai
contatti con gli spacciatori di droghe pesanti.
Sarebbe
veramente ora di prenderne atto.
La sindrome della
prima guerra mondiale.
In realtà nel comportamento di molti
dei proibizionisti della cannabis sembra di scorgere quella che si
potrebbe chiamare "la sindrome della prima guerra mondiale". Per
spiegare cos’è la sindrome della prima guerra mondiale è necessario fare
una digressione. Le guerre di solito nascono quando negli stati ci
sono forti tensioni interne che non si possono risolvere: queste tensioni
vengono allora proiettate all’esterno, verso i paesi confinanti. Ma la
prima guerra mondiale non è nata così. Anzi l’Europa di quegli anni stava
vivendo un periodo di crescita economica e di crescente benessere.
Capitarono dei fatti che portarono Francia e Germania ad un confronto
militare. Ognuno dei due paesi pensava che sarebbe stato sufficiente
mostrare i muscoli, e poi, dopo qualche mese, ognuno sarebbe tornato ai
suoi soliti affari. Invece, dopo soli due o tre mesi, erano già morte
dalle due parti alcune decine di migliaia di giovani, e la brillante
esibizione di potenza si era trasformata in una sporca e sanguinosa guerra
di trincea.
A questo punto sarebbe stato il momento di dire:
questa guerra non la vogliamo fare, ci siamo sbagliati, torniamo indietro,
facciamo finta che non sia successo niente. Ma come si faceva: c’erano già
decine di migliaia di morti! E così la guerra è continuata, e alla fine i
morti sono stati decine di milioni.
Così è per la canapa indiana.
Come si fa a dire adesso: "scusateci, abbiamo sbagliato, la cannabis è
completamente innocua, anzi è un benefico farmaco", dopo tante professioni
di fede sulla pericolosità e sugli effetti demoniaci di questa sostanza,
dopo che milioni di persone in tutto il mondo sono finite in galera solo
per avere fumato uno spinello? E’ forse per questo motivo che non si
ha il coraggio di ammettere l’assurdità di questo proibizionismo, che
mette sullo stesso piano la cannabis e droghe come l’eroina e la cocaina.
Ma è sempre più difficile mantenere queste posizioni: negli Stati
Uniti, dove la medicina della cannabis è stata in uso per tanto tempo,
sono già una ventina gli stati in cui sono stati vinti altrettanti
referendum popolari per la liberalizzazione della canapa ad uso medico.
Negli ospedali americani già da tempo l’uso medico della cannabis è
tollerato e addirittura incoraggiato dai medici, nonostante il permanere
della proibizione del governo federale. Più di recente, dopo l’Olanda,
la Svizzera e di fatto la Spagna, anche il Belgio il giorno 19/1/2001 ha
deciso di liberalizzare completamente il consumo della cannabis. E
persino nella arretrata Italia gli usi medici della canapa cominciano ad
essere conosciuti.
Oltre ai principali magazine, anche la
televisione nazionale (RAI3 – Report di Domenica 18/02/2001 ore 23.00)
stanno dedicando importanti servizi a questo argomento, ed anche su
Internet esiste un completo portale in italiano sulla medicina con la
cannabis, gestito da medici ai quali ci si può anche rivolgere in caso di
necessità.
La questione canapa
In definitiva,
salvo che qualcuno riesca a dimostrare il contrario (ma ci hanno già
provato in tanti…) la situazione può essere riassunta nei seguenti punti:
- la coltivazione della
canapa per uso industriale, coltivata ovunque fin da quando esiste
l’agricoltura, è sempre più indispensabile per l’equilibrio
dell’ambiente e per una economia sostenibile;
- la coltivazione della
canapa industriale è proibita, salvo deroghe e limitazioni, perché è
difficilmente distinguibile dalla canapa indiana;
- la canapa indiana a basse
dosi (marijuana) è proibita come se fosse una droga, mentre i suoi
effetti psicoattivi sono blandi e socialmente accettabili, non provoca
danni né a breve né a lungo termine ed è anzi un importantissimo
farmaco;
- la canapa indiana ad alte
dosi (hashish) è ugualmente proibita perché dà effetti allucinogeni,
anche se non provoca danni fisici ma forse solo una leggera
dipendenza;
Di
conseguenza:
- non si può liberalizzare
la coltivazione della canapa industriale perché ciò comporterebbe il
rischio di allentare la proibizione sulla marijuana;
- non si può liberalizzare
la marijuana, anche se non è una droga ma un farmaco naturale, perché
ciò comporterebbe il rischio di allentare la proibizione
sull’hashish;
- per la proprietà
transitiva non si può coltivare la canapa industriale perché ciò
comporterebbe il rischio di allentare la proibizione sull’hashish, anche
se l’hashish è di fatto una sostanza innocua e comunque ben poco usata!
Ma non è
ancora tutto: con deroga alla proibizione, l’Europa ha stabilito che si
può coltivare canapa industriale seminando semente certificata con tasso
di THC inferiore allo 0,3%. Appena l’Italia ha cominciato a produrre
in proprio un po’ di semente delle varietà italiane rientrante in questo
limite, immediatamente la CEE lo porta allo 0,2%, con minaccia di arrivare
fino allo 0% se l’Italia (che produceva la migliore fibra tessile di
canapa del mondo) insisterà nel volersi adeguare a questo nuovo parametro.
Tutto questo per proteggere un minuscolo monopolio francese, sostenuto da aiuti
comunitari, costituitosi in questi anni.
E così succede che,
mentre un numero sempre maggiore di paesi scopre l’utilità della canapa,
ne rivaluta gli usi medici e legalizza la marijuana e l’hashish, una miope
burocrazia comunitaria cerca di impedire in tutti i modi che i problemi
dell’ambiente possano trovare le soluzioni che da tanto tempo stanno
aspettando.
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